
M’immergo nei ricordi di quei giorni lontani, quando ero un giovane uomo che inseguiva sogni che forse si sarebbero avverati.
Me ne andai dal paese, con una valigia mezza vuota e col sorriso sulle labbra, in cerca d’avventura e di fortuna, eppure solo qualche anno dopo, capii che ciò che maggiormente mi avrebbe reso felice, era là, a portata di mano.
In America mi sposai, misi al mondo due figli che ora studiavano nelle università buone d’America ed avevo raggiunto tutte le mete che mi ero prefissato negli anni e forse ero andato anche oltre. Eppure in cuor mio, sentivo che qualcosa mancava alla mia vita.
E fu allora che decisi di tornare al mio paese, in cerca delle tracce di me stesso e di quello che ero stato.
Non sapevo nemmeno io perché volli fare quel viaggio e decisi di non farmi più troppe domande.
L’indomani, mi recai all’aeroporto e prenotai il primo volo per l’Italia.
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Giunsi in un pomeriggio assolato di Luglio. La calura era terribile e mi pareva di soffocare.
Tutto era cambiato. Ai miei occhi di cinquantenne, ogni cosa pareva avere mutato posto e condizione. I miei occhi indugiavano sui mille particolari che erano rimasti ancorati nella mia memoria. La piazza…Ricordavo una pianta, proprio là a lato del bar di Ninuccio; dove era finita? E il bar dove da bambino mi divertivo a prendere a sassate l’insegna?
E le scale della chiesa su cui noi bambini, giocavamo a fare salti nei giorni della domenica? Me le ricordavo quasi completamente distrutte, ed ora la chiesa sembrava una cattedrale, tutta restaurata.
Era quello il mio paese?
I ricordi di quello che ero si accavallavano a quelli che i miei occhi vedevano in quell’istante.
Fu solo un momento. Mi voltai di scatto e vidi un anziano con la coppola calata sulla testa, il capo appoggiato sul bastone. Stava seduto ai tavolini, fuori dal bar, quello nuovo, sulla piazza.
Era una struttura moderna, con i flipper in bella mostra, i dispenser con dentro cheving gum d’importazione americana e sedie di plastica, al posto di quelle impagliate che mi ricordavo.
Mi resi conto di conoscere quell’uomo! Ma sì quello era Peppino, il barbiere! Peppino, Peppino, urlavo dentro di me! Sai quante volte mio padre mi ci aveva portato a tagliare i miei riccioli ribelli che se ne andavano dappertutto?
Mi avvicinai e lo vidi dormire, appoggiato col mento al bastone. Era molto invecchiato, forse poteva avere un’ottantina d’anni. Eppure innanzi ai miei occhi, era come rivederlo con le forbici in mano, mentre cantava.
Quelli sì che erano tempi! Erano i giorni della mia infanzia, quando ancora bambino non sapevo nemmeno che esisteva un paese sconfinato come l’America.
Allora mi sedetti vicino a lui, in attesa che si svegliasse. Era una caldissima giornata di Luglio e in giro c’erano poche persone. La gente di solito nelle ore pomeridiane riposava e solo dopo le cinque del pomeriggio, il paese andava ripopolandosi.