domenica, 30 luglio 2006

Tutti i miei scritti nascono sempre da ciò che un buon libro ha lasciato dentro di me; vi sono libri e e libri. Alcuni lasciano tracce molto evidenti, altri si dimenticano.
Da tempo pensavo a questo racconto contro corrente ed anomalo. Le date e le parole di Ryoko sono totalmente frutto della mia fantasia e mi scusino i lettori se ho un po' forzato la mano. Ma quando l'ispirazione bussa alla porta è difficile resistere.

Questa è la storia che ogni scrittore, grande o piccolo che sia, vive nell'atto della creazione dei personaggi. Mentre essi prendono forma nella mente di chi li ha inventati, scivolano dalle righe della storia, assumendo vita propria. Perché come diceva Pirandello:

Il mistero della nascita artistica è il mistero stesso della nascita naturale….
Ogni fantasma, ogni creatura d'arte, per essere , deve avere il suo dramma, cioè un dramma di cui esso sia personaggio e per cui è personaggio.
Il dramma è la ragion d'essere del personaggio; è la sua funzione vitale, necessaria per esistere.
(Luigi Pirandello "Sei personaggi in cerca d'autore", prefazione dell'opera omonima).

Appunti di Viaggio

Rumore di rotaie….
Ancora una volta sto partendo verso mete imprecisate.
Sono un'eterna viaggiatrice senza meta e cosa vado cercando ancora non mi è chiaro: so quello che sfuggo ma non quello che cerco.
Parto, forse, per un intimo bisogno di cercare e trovare risposte alle tante domande.
Più delle volte non conosco nemmeno ciò che cerco.
Parto e basta.
Mi lascio alle spalle la città, la fatica e la noia.
Nei miei lunghi viaggi mi resta tempo per pensare e riflettere.
E' in uno di questi giorni che ho preso la penna tra le mani ed ho cominciato a scrivere di lei.

**

Tokio, 1970

Si delinea nella mia mente, man mano che i giorni passano, questa storia.
Fatalità e caso hanno voluto che io fossi l'artefice di questa tragedia.
Ma sapevo fin dall'inizio che stavo cercando qualcuno che nel progetto della mia storia vagava ancora con i contorni indefiniti.
E non sapevo ancora trovarle la giusta collocazione.
Finché una sera mi venne in sogno….

Tokio, 1971

Avrei trascorso gran parte di quegli anni a cercare di definire la sua vera bellezza.
Mi aveva spesso visitata nelle mie lunghe notti, mentre col pensiero vagavo nella regione dei sogni..
Ne era diventata la protagonista.
Sentivo di avere verso di lei, verso quell'ombra dai contorni oscuri, appena sfumati , come una tela che va di giorno in giorno acquistando contorni grazie alla mano dell'artista, un debito che avrei dovuto saldare in questa vita.
Ma chi era?
E che voleva da me?
Di che colore erano quegli occhi che mi fissavano in cerca di una vita da definire?
E quale vita mi chiedeva?
Ero forse un dio che plasma le anime e le esistenze?
Mi sembrava un'anima smarrita, prigioniera di un'esistenza che non le apparteneva….
O come un personaggio incompiuto in cerca d'autore.
Lunghe notte trascorse a pensare a lei.
Come potevo dare forma ad un'ombra che vagava senza meta, affannata, nei mie pensieri?
Come potevo?
**
Pensavo a lei e vedevo nella mia immaginazione un'epoca grandiosa che aveva segnato i destini della storia e di un intero popolo.
Ragione o sentimento?
Pietà o spietata lucidità?
Cosa occorre ad uno scrittore per narrare della vita altrui?
Ma sebbene cercassi di comporre il tutto in un insieme organico, mi ritrovavo sempre davanti a tanti pezzi del mosaico che compromettevano l'equilibrio delle parti.
E mi trovai di fronte a personaggi che mi chiedevano di assegnare loro una parte nella vita di quella donna senza nome e ancora senza identità.
Attendevano lì, presenti, ciascuno col suo tormento affinché io li facessi entrare nella storia, componendo e scomponendo le loro anime, le loro esistenze, le loro passioni.
"Nati vivi, volevano vivere".
E come il pittore che cerca la giusta angolazione per catturare la luce che trasfonde sul dipinto, così io trovai la luce che doveva guidare il mio disegno.
E nulla fu più uguale.

*
Pensavo a lei notte e giorno.
Era oramai diventata la mia creatura.
Ma era ribelle e d'un tratto cominciò a vivere di una vita propria che non era più quella che io volevo assegnarle.
Non avevo potere di negargliela , era più forte di me, invincibile.
Essa seguitava a vivere per proprio conto, acquistando voce e movimento.
La vedevo chiaramente mentre scendeva le scale di un augusto palazzo, mentre impugnava una spada antica dalla lama sottile, mentre cavalcava su un bianco cavallo o urlava ordini sotto una pioggia di fuoco.
Ma più di tutto io la vedevo , con estrema lucidità, nell'ora della sua morte.
E mentre ne impedivo con la mente la sua fine, il Fato che avvolgeva inesorabilmente la sua vita, guidava la mia mano a scrivere di un'altra esistenza.
E allora mi trovai di fronte alla tragedia della sua vita pronta a coglierne l'inizio e la fine.

 

**
Sono stata spettatrice di ciò che sarebbe diventata la mia ossessione.
Non sono stata capace di impedirne l'amaro destino.
Avrei voluto regalarle amore e felicità, ma così non è stato.
Era come se quella donna volesse uscire dalle righe della mia storia e sfuggirmi fino a condurmi all'unica meta che avrebbe potuto raggiungere.
Breve scorcio di un amore, dolce e amaro come un vino servito in una coppa dorata, che ti rende ebbro e infine, come un veleno, ti conduce alla morte.
Questo è stato.
Nella mia mente due ricordi sono rimasti scolpiti; lei che piange davanti al suo amore mentre lui, davanti ad un quadro che non può più vedere, le descrive con gli occhi del cuore la sua vera bellezza, in un tripudio di rose bianche…
E l'immagine di lei, dio guerriero, che alza il braccio verso il cielo gridando ordini come una furia, mentre intorno a lei infuria la battaglia e urla agghiaccianti si perdono nell'aria, mentre l'unico colore che tinge il colore del cielo e le strade di Parigi, è il rosso.
Rosso come il sangue.
**
Non mi ha dato tregua fin quando non ho scritto la parola fine.
Non ho trovato pace fin quando l'ultima parola e l'ultima immagine sono state messe su carta.
Il mio tormento è finalmente finito, Oscar…questo è infine il tuo nome.
Ti ho vista finalmente e ti ho riconosciuta.
Ma ti ho resa nuovamente libera, forse più di quanto tu lo sia mai stata durante la tua breve esistenza e ti ho sussurrato addio.

**
Ecco ho terminato.
Ho scritto la parola fine, finalmente.
Ora potrò continuare il mio viaggio e all'ultimo decidere se bruciare le fatiche dei miei giorni o se consegnare queste pagine all'eternità.
Ryoko Ikeda

Tokio, 1972

Mini post fazione dell'autrice

La frase "so bene quello che sfuggo ma non quello che cerco", mi è stata suggerita dall'Essais di Montagne, scrittore francese che visse tra il 1533 e il 1592(Essais III , 9). Vi riporto il testo originale che a mio parere è molto bello: "Je répons ordinairement à ceux qui me demandent raison de mes voyages, que je sais bien ce que je fuis, mais non pas ce que je cherche..".
Mentre invece la frase "Nati vivi, volevano vivere" è tratta dalla Prefazione di "Sei personaggi in cerca d'autore" di Pirandello.

Ryoko Ikeda è la creatrice della magnifica  storia di amore e di armi, Versailles no Bara, che in Italia è conosciuto impropriamente come Lady Oscar.

domenica, 30 luglio 2006

 

Mi spiace essere qua da poco e dovere già andare via. Domattina partirò

 per le vacanze al mare e tornerò

 a metà agosto. Il blog si ferma per un po'..

.
 A chi resta e a chi va..l'augurio è che possa

trascorrere giorni pieni di serenità e di momenti

 felici da registrare, nell'archivio dei ricordi.

Chiudo con una poesia di Baudelaire

e con un racconto che ho scritto qualche tempo fa.
A rileggerci presto!

 

 Eufemia

L'Uomo e il Mare
-Charles Baudelaire

Sempre il mare, uomo libero, amerai!
Perché il mare è il tuo specchio; tu contempli
nell'infinito svolgersi dell'onda
l'anima tua, e un abisso è il tuo spirito
non meno amaro. Godi nel tuffarti
in seno alla tua immagine; l'abbracci
con gli occhi e con le braccia, e a volte il cuore
si distrae dal suo suono al suon di questo
selvaggio ed indomabile lamento.
Discreti e tenebrosi ambedue siete:
uomo, nessuno ha mai sondato il fondo
dei tuoi abissi; nessuno ha conosciuto,
mare, le tue più intime ricchezze,
tanto gelosi siete d'ogni vostro
segreto. Ma da secoli infiniti
senza rimorso né pietà lottate
fra voi, talmente grande è il vostro amore
per la strage e la morte, o lottatori
eterni, o implacabili fratelli!

 

Postato da eufemiaG In ---> arrivederci
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venerdì, 28 luglio 2006

Questo racconto lo scrissi anni fa. Periodo storico: la rivoluzione francese. Il personaggio protagonista: la regina Maria Antonietta di Francia, la famigerata regnante che a dire del popolo francese, fu la causa della rovina del paese. Al di là del giudizio storico, ho cercato invece di immaginare quali potessero essere i pensieri di Antonietta, alla vigilia della sua morte, spogliata oramai di ogni suo affetto. Una donna e non piu' una regina. Con questo racconto ho  cercato di restituire al personaggio storico, quell'umanità che i libri di storia, per ovvi motivi, non ci hanno mai potuto o voluto trasmettere. Su Maria Antonietta di recente è stato girato un film dalla regista Sofia Coppola.

"Alla fine della vita, nel raccoglimento dello spirito si rivelano pensieri fino ad allora impensabili: essi sono come geni di beatitudine che si posano sulle vette del passato."
Johann Wolfgang Von Goethe

Dedico questo racconto a Mara


Le grida e i pianti del bambino continuarono ad echeggiare per diversi giorni nella Prigione del Tempio.
Le avevano portato via la sua ultima speranza e l'avevano spogliata di tutto; non più regina, non più donna, non più madre.
Ora, tra le fredde mura della Conçiergerie, aggrappata ai ricordi di giorni passati e lontani, Antonietta pensava a quell'ultimo maledetto giorno prima che chou d'amour le fosse portato via per sempre….
Ricordava bene il momento in cui lei e sua cognata Elisabeth lo avevano vestito e baciandolo gli avevano detto: "Fai quello che ti dicono questi uomini".
Il piccolo piangeva e si aggrappava a maman ….Antonietta ricordava nitidamente ogni particolare di quel momento che sarebbe rimasto scolpito nella sua memoria.
Il ricordo di Louis Charles insieme a quello di un passato che non sarebbe più tornato, era doloroso come la lama di un pugnale…..e la lama finiva dritta nel cuore di quella donna, un tempo regina potente e amata.

Antonietta era stanca, logorata dal dolore, l'angoscia e la frustrazione.
L'unica consolazione erano le visite di Rosalie…..
"Grazie ragazza mia", sussurrò Antonietta, "ma da quando sono prigioniera in questa cella e non ho più nessuno che mi aiuti, ci penso da me…..".
"Ma Madame, Voi siete debole e stanca….a mala pena state in piedi….e poi avete perso molto sangue e siete pallida".
"Mia buona amica…..quello del mio viso è il colore della morte alla quale presto andrò incontro….".
"Madame…..non dite così Vi prego!".
"Rosalie…è inutile ingannarsi. E' finito per me il tempo delle lacrime, ne ho versate già abbastanza e il mio cuore è straziato da troppo dolore. Voi immaginate quale possa essere l'angoscia e la morte che reco nel mio cuore? I miei figli….Rosalie…..dove sono i miei figli? Che ne hanno fatto di Louis Charles? E della mia adorata Marie Thérèse? Che senso ha vivere se nemmeno mi permettono di tenerli vicino al mio cuore?".
Rosalie guardava quella donna la cui figura macilenta era resa ancora più fine dal lugubre abito nero che indossava da che era alla Conçiergerie.
Non poteva credere che un tempo quella stessa donna le sorrideva da dietro il suo ricco ventaglio adornato da pietre preziose mentre era considerata la donna più potente di Francia.
Ah! Che Destino amaro…
"Rosalie…Vi prego cara fanciulla, non c'è nulla che potete fare per me. La mia fine è già segnata e io desidero più di ogni altra cosa quella di andare incontro al mio destino….Oramai qui non ho più nulla da fare…".
Rosalie si era allontanata mestamente, così come aveva chiesto Antonietta, ma era rimasta a fissarla dallo spiraglio che si apriva sulla porta dell'umida cella. In cuor suo pensava che la punizione che avevano scelto per Antonietta per farle espiare tutti i suoi peccati era come l'inferno.
E all'inferno e all'oblio era stata destinata.
La osservava mentre con fare frenetico estraeva da sotto la veste gli unici effetti personali che le erano rimasti e che custodiva sì gelosamente. Erano i suoi affetti, quelli del passato: un ritratto del Delfino, Louis Joseph, una ciocca dei suoi capelli ed un guanto giallo.
Degli altri due figli, invece, conservava solo il ricordo dei loro volti….racchiuso nel profondo della sua anima e null'altro.
Non serviva null'altro alla Prigioniera numero 280.


La notte antecedente al processo

Pensieri sparsi, vagavano nella mente di Antonietta come ombre simili a fantasmi che rivelavano tempi felici e il ricordo dell'uomo amato che sempre tornava e mai svaniva nella sua mente….
"Fersen….dove siete? Prego Iddio che non vi sia accaduto nulla! Mai più, mai più potrò rivedere il vostro volto tanto amato. Non dimenticherò mai….non potrò mai dimenticarvi…..".
Ma il ricordo corse ad altre persone e ad altri luoghi come rifugio estremo dal dolore del presente..
"Madre mia…vorrei avervi ancora vicina e sentire la vostra voce!
Come è dolce il rimembrare la mia infanzia nel castello di Schonbrunn quando ero una fanciulla piena di speranze e di sogni!
Oh giorni felice passati tra le mura del Trianon insieme alla mia piccola Marie Thérèse!
Dove è quel tempo? Perché è tutto finito? Dove se ne è andata la speranza?".

Rumore di passi…..I pensieri del tempo passato, i ricordi di giorni felici, interrotti dal rumore dei passi della morte.
La porta della cella si aprì rumorosamente ed un carceriere le annunciò: "Madame, preparatevi …E' giunta l'ora in cui sarete giudicata!"…


Notte del 12 ottobre 1793

Antonietta fu introdotta nella sala cavernosa che un tempo era stata sede del parlamento di Parigi e che ora era la sede del Tribunale rivoluzionario.
L'ombra della notte rendeva ancora più lugubre la grande sala e Antonietta poteva a malapena distinguere i volti di coloro che erano giunti per assistere al processo e i giudici che l'avrebbero giudicata.
La flebile luce di due candele tremolava davanti al cancelliere del tribunale mentre scriveva sul registro tutte le accuse mosse ad Antonietta dai magistrati inquirenti.
Una folla eterogenea la guardava come se fosse una feroce criminale.
Negli occhi delle donne, soprattutto in quegli occhi, il desiderio della vendetta..
Antonietta a testa bassa….attendeva l'interrogatorio.
Si poteva scorgere la tristezza sul volto degli "spettatori onesti e la collera negli occhi di un gruppo di uomini e donne"[1] che avevano perduto i figli ancor piccoli perché non avevano pane per sfamarli, mentre l'Austriaca giocava a fare la regina e a prendersi gioco di loro.
Madri che avevano visto morire ancor infanti i loro piccoli perché non avevano più latte.
Che ne sapeva quella?
Eppure….nella sala, quelle stesse donne, ora vedevano una donna come loro, stanca, sconfitta e soprattutto….una donna sola, senza più nulla da perdere, che stava pagando per tutto il dolore che aveva loro arrecato.
E così allo stesso tempo pietà e ammirazione erano ben visibili negli occhi dei presenti.
Il processo fu lungo ed estenuante e durò per due lunghissimi giorni.
La prigioniera numero 280, benché stanca e sconfitta, si era difesa strenuamente, pur sapendo che la sentenza di condanna era stata scritta ancor prima della fine di tutti quei giorni di dolore.
La vendetta più di ogni altra cosa, era ciò a cui miravano Robespierre e i suoi seguaci.
Ma l'evento più deplorevole che aveva deciso il destino di Antonietta fu la testimonianza di Hébert che la accusò di atti licenziosi insieme a sua cognata Elisabeth nei confronti di Louis Charles, compreso un atto di incesto tra madre e figlio.
"Faccio appello alla coscienza e ai sentimenti - urlò Antonietta con tutto il fiato che le era rimasto in quei giorni di agonia - di tutte le madri qui presenti affinché dichiarino se ce ne è una sola, una sola tra loro, che non rabbrividisca all'idea di un simile orrore".
Silenzio ed indignazione scesero in sala. Le donne guardavano Antonietta e in quel momento videro quello che era, una donna sola di fronte alla sua ultima battaglia, uccisa ancor prima che dal boia, dall'infamia e dalle bugie.
Tutto era già deciso. Lo era stato fin dall'inizio della farsa. Era inutile opporsi e difendersi dalle terribili accuse rivolte dalle decine e decine di testimoni che erano stati ascoltati durante il processo.
E c'era solo Antonietta a difendere se stessa.
Antonietta e la sua coscienza.
Antonietta e la sua anima.
Antonietta e il suo cuore.
Ma tutto era finito, finalmente.

Il mattino del 16 ottobre 1793 giunse la sentenza finale:
"Questa corte, in base al verdetto unanime dei giudici e ai sensi del codice penale della Repubblica …condanna l'imputata Maria Antonietta alla pena capitale. L'esecuzione avrà luogo domani a mezzogiorno, in Place de la Révolution".

Senza parole, né gesti, la prigioniera attraversò la sala , tenendo orgogliosamente la testa alta, e si lasciò condurre nella sua cella da uno dei gendarmi.
Erano quasi le cinque del mattino…poche ora ancora e tutto sarebbe finito.
Lacrime piene di dolore rigavano il bel volto, bello malgrado tutto, di Antonietta.
C'era ancora una cosa da fare…donare le sue ultime parole, forse preludio di un anelito verso l'eternità, ad Elisabeth.
Una lettera. Le sue ultime forze, il suo ultimo desiderio, la spinsero a farsi forza e a fare scorrere il fiume di dolore su un foglio che sarebbe rimasto l'ultimo atto e l'estrema testimonianza di Antonietta.
"Mia cara cognata scrivo a Voi la mia ultima lettera. Sono stata appena condannata a morte,
ma Iddio mi ha concesso di morire dignitosamente, senza infamia. Sono innocente così come lo era il vostro caro fratello e come lui mostrerò ugual fermezza in questi ultimi istanti di vita.
Sono tranquilla e la mia coscienza non ha nulla da rimproverarmi.
Non riesco più ad andare avanti e senza i miei figli, il mio unico desiderio è quello di morire.
Ho solo il rimpianto di non poterli rivedere e di non poterli abbracciare un'ultima volta, ma so anche che se questo fosse possibile aggiungerebbe altro dolore a noi tutti …E allora è meglio che io me ne vada sola, con il solo conforto dei miei ricordi e della mia fede.
Vi chiedo di serbare nel Vostro cuore il mio ricordo e di vegliare sui miei figli. Perdonatemi per tutto il dolore che Vi ho arrecato e per le sofferenze che ho inflitto a coloro che mi sono stati vicini.
Possa questa lettera giungere fino a Voi.
Ricordatevi di me…mia cara sorella….
Vi abbraccio con tutto il cuore insieme ai miei poveri figli. Dio mio! Che lacerazione doverli lasciare per sempre…Addio! Addio!".

" Dio…abbi pietà di me! I miei occhi non hanno più lacrime da versare….".

Ore 7 del mattino.

Rosalie entrò con gli occhi pieni di lacrime.
Non vi erano parole da rivolgere a quella donna sul cui viso era ben visibile un dolore infinito che la morte aveva dipinto anzitempo. Era come vedere in faccia l'oscura signora che stava per portarsela via, liberandola da quella vita che era stata il suo inferno, nell'ultimo scorcio dei suoi anni.
Eppure le aveva chiesto "Madame..mangiate qualcosa, permettetemi di portarvi la colazione"….
"Rosalie….venite qui….Vorrei domandarvi di pettinarmi i capelli…voglio andare incontro alla morte in maniera degna, io che un tempo fui Regina. Non vi attardate con me…..non datevi pensiero del cibo. Ma prima di questo, Rosalie…..io vorrei chiedervi un favore".
"Madame….".
"Aspetta Rosalie….prima che diciate qualcosa, fate parlare me, ve ne prego. Ci è rimasto poco tempo e ogni parola non va sprecata…Ecco vedi Rosalie….vorrei darti una cosa, una cosa che ho fatto io per ingannare il tempo e i pensieri di dolore".
Con mano tremante ed incerta Antonietta aveva donato a Rosalie una rosa bianca.
" Rosalie….io vorrei…io vorrei che voi la portaste sulla tomba di Oscar….E' il mio ultimo desiderio".
"Sì madame", sussurrò Rosalie con voce rotta dal pianto.
"Lo farò per Voi, statene certa….".
Il bel volto della Regina era rigato da lacrime, ma il suo viso era sereno ed Antonietta ascoltò Rosalie, mentre le pettinava i lunghi capelli, stando seduta sulla sedia, e andando col ricordo a quel tempo felice che non sarebbe mai più tornato.
E nel suo cuore prese congedo da Oscar sussurrandole "Addio!".
La voce di Rosalie fu interrotta dai passi del gendarme che disse :
"Coraggio, è ora di andare" mentre con fare furtivo e senza preavvisarla, le tagliò i lunghi capelli bianchi.
Fino all'ultimo momento…..fino all'ultimo istante, l'avevano umiliata.
"Dio ti prego! Dammi la forza per sopportare tutto questo! Fino all'ultimo, fino all'ultimo……".
E mentre la portavano via, con i polsi legati così come si fa per i condannati a morte, Rosalie urlò:
"Madame!!!!!! Madame il….il vostro nastro….".
Antonietta si era voltata un'ultima volta, e senza avere il coraggio di guardarla in volto, sussurrò: "Rosalie, ve lo lascio in dono. E' un mio ricordo. Non dimenticatemi piccola Rosalie".
"Regina Antonietta, Regina Antoniettaaaaaaaaaaa…..Addio mia Regina!!! Ultima Regina di Francia!".

"Finalmente, finalmente la mia lunga sofferenza è finita!", furono le ultime parole di Antonietta tra le mura della Conçiergerie.

Mentre ascoltava i passi della morte che si approssimavano, la vide. Solamente nel passare la scala del cortile e guardandosi attorno, vide la carretta che l'attendeva insieme agli altri condannati di quella giornata di Ottobre.
A tal vista si fermò e un'espressione di terrore apparve sul viso. Era arrivata in Francia accolta come si conviene ad una grande regnante e si congedava da coloro che un tempo erano stati suoi sudditi, su una carretta che aspettava lei e i suoi compagni verso il patibolo.
Appena comparve, il pubblico dei presenti cominciò ad urlare e ad inveire verso di lei , trasudando dai volti sentimenti pieni di odio e vendetta e prorompendo in : "Abbasso l'Austriaca, a morte la Vedova Capeto! A morte la tiranna!".
C'era talmente tanta gente che la carretta faceva fatica a passare tra tutta quella folla accorsa per vedere la "Regina".
Fece un ultimo sforzo…..quello di resistere a quegli occhi, a quei mille occhi che indugiavano sul suo viso e con impudenza scrutavano la sua anima mettendola a nudo…"Un ultimo sforzo - si disse in cuor suo - e poi tutto sarà finito, per sempre".
La lotta era durata dieci minuti; Antonietta aveva soffocato quelle urla col suo sguardo severo e freddo, come si conviene ad una donna coraggiosa che un tempo aveva avuto tra le mani il destino di tanta gente.
Mai quella donna era stata più grande e più Regina di quel momento! Sembrava una statua di marmo destinata al "sepolcro" Era finalmente giunta alla Place de la Révolution …la fine di tutto, di ogni speranza, della vita.
Ora più che mai Antonietta chiese a se stessa l'ultimo atto di coraggio. Allora chiuse gli occhi e abbassando la testa, si raccolse in se stessa e cominciò a pregare, rivolgendo i suoi ultimi pensieri a coloro che più di altri aveva amato: "Addio Fersen! Ti ho amato con tutto il mio cuore…fino all'ultimo istante con tutta me stessa. Addio figli miei…..che Iddio possa vegliare su di voi…Non dimenticatemi mai. Spero che un giorno ci rincontreremo…Addio! Addio!".

La regina giunse sulla piattaforma, sostenuta dal carnefice Sanson….un gradino dopo l'altro e senza fretta, anzi lentamente, era finalmente arrivata innanzi alla lama che avrebbe reciso il corpo dallo spirito.
"Pardon Monsieur….", sussurrò mentre aveva calpestato il piede del suo carnefice…..

"Coraggio - disse Antonietta - mi resta un ultimo compito" ….e volgendo il capo verso il Tempio dove erano prigionieri i suoi figli disse: "Un'altra volta addio, miei adorati figli. Vado a raggiungere vostro padre!".

Furono le ultime parole di colei che un tempo fu la Regina di Francia.
Suonava un quarto d'ora dopo mezzogiorno all'orologio delle Tuileries, quando la scure si abbatté sulla testa recidendola dal corpo.
L'aiutante del boia prese quella testa grondante di sangue e la tenne alta mostrandola alla folla: urla e applausi riempirono la piazza.

Antonietta aveva quasi 38 anni….
Se ne era andata così dopo essere rimasta in Francia per ventitré anni.
La bara nella quale fu sepolta costò sette franchi come testimoniano i registri del cimitero della Madeleine .
Su Parigi soffiava un vento freddo, che piegava i rami degli alberi oramai senza foglie.
Su Parigi soffiava un vento di morte

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giovedì, 27 luglio 2006

Piccolo Lupo

 

Antenato, io ti prego

Antenato non lasciare che mi portino via.

Il mio popolo ha bisogno di me ed io di loro…

Crow Dog

Mi piacerebbe potervi dire perché quello che vi narrerò, accadde in quel modo e non in un altro.

Mi piacerebbe potervi dire che tutto quello che leggerete è frutto della mia fantasia o solo una favola, di quelle che raccontano i nonni ai nipoti, mentre questi stanno col naso sospeso a mezz’aria in attesa di vedere come finisce.

Mi piacerebbe, se fossi un mago, poter rimettere le cose al loro posto e tornare indietro in un tempo lontano e meraviglioso, quando l’uomo e la natura erano un tutt’uno.

Invece tra le mani ho solo questi fogli sparsi, con parole dalla calligrafia incerta,  che sembrano danzare sulla carta, scritte in una sera d’inverno di  tanti anni fa, quando ancora ero bambino e che ora ho deciso di raccontare come se quei  ricordi fossero una specie di favola.

Ma una favola, non è.

 

Mi chiamo James e fin da quando ero piccolo era abitudine per la mia famiglia, soprattutto durante le sere di inverno, ritrovarsi tutti intorno al fuoco, a sentire la nonna mentre raccontava una di quelle meravigliose favole di cui ci andava deliziando da anni.

Nonna Mary Anne, aveva un talento speciale a narrare storie ed anche Connor e Daniel, i più piccoli dei miei sei fratelli, riuscivano a calmarsi al suono della sua voce, che io trovavo incantevole.

Mamma era sempre molto indaffarata a sistemare la casa, soprattutto dopo cena mentre mio padre lavorava spesso anche di notte.

Erano anni duri e per una famiglia come la nostra, di cui dopo vi parlerò, non era facile arrivare alla fine del mese.

Anche mamma lavorava e nonna Mary Anne finiva con l’essere la nostra seconda mamma, sempre presente e piena di entusiasmo nel riempirci la giornata della sua gioiosa presenza.

Al contrario di mamma, che spesso era taciturna e preoccupata, nonna Mary  Anne, possedeva un entusiasmo che raramente ricordo di avere visto nelle persone che negli anni ho conosciuto.

Era una donna straordinaria. Era rimasta sola dopo la morte di nonno Dick. Quando le chiedevamo del nonno e solo in quel caso, cercava di portare l’argomento su altro. Mi pare di ricordare che fosse l’unica cosa della quale non parlava molto volentieri. Solo una volta ci disse che nonno era stato un uomo straordinario e che le aveva voluto molto bene.

Non le feci mai altre domande, anche perché a quel tempo, la cosa che più mi piaceva di nonna Mary Anne, erano le sue meravigliose storie che mi facevano sognare, soprattutto la notte, quando mi ritrovavo nel letto da solo, nella stanza con gli altri miei fratelli, ed immaginavo  di correre per  immensi prati circondati da montagne e animali meravigliosi, padroni assoluti di quelle terre.

A dieci anni, guardandomi allo specchio, mi accorsi che la mia pelle era un po’ più scura di quella dei miei compagni di classe. Non ci avevo mai dato molta importanza, ma un giorno, mentre tornavo a casa, nel quartiere dove abitavo mi si avvicinò una macchina lussuosa, cosa rara per quei posti  e dal finestrino si sporse un bambino con capelli biondissimi che  mi urlò dal finestrino “pellerossa”!

 Fu un duro colpo e quel giorno me ne tornai a casa piangendo.

Avrei tanto voluto che mia madre fosse lì ad accogliermi e a consolarmi, ma come sempre  era a lavoro  e nonna Mary  Anne, era l’unica della famiglia che a quell’ora era  in  casa.

Mi chiese cosa ci facessi lì  molto prima del solito orario di ritorno da scuola. Non avevo nemmeno aspettato i miei fratelli minori, ma Leonard  era grande abbastanza per badare agli altre cinque  e per una volta  - pensai - avrebbero fatto a meno di me.

Non me la sentivo proprio quel giorno di uscire di nuovo.

Mi ero reso conto che a parte Connor e Leonard,  gli altri miei fratelli,  avevano la pelle praticamente bianca come quella di mia madre e Barbara, la minore di noi sette aveva anche i capelli quasi biondi.  Non capivo come mai quel particolare mi fosse saltato all’occhio solo allora o forse essendo un bambino semplicemente non mi interessava.

Solo col tempo mi resi conto che una parte della mia vita, la mia infanzia, si era definitamente chiusa con quell’episodio.

Erano gli anni della protesta di Martin Luther King e tutte le minoranze etniche, nell’America di quegli anni, viveva “appartata” dai ricchi bianchi.

Anche noi eravamo sempre stati “divisi” dai quartieri dove vivevano i “bianchi” ma solo da quelli ricchi, perché dove vivevo io, nel borgo di St. Paul in Minnesota, vi erano moltissime famiglie bianche ma povere. 

 Solo allora sembravo essermi reso conto di tutti quei particolari che fino ad allora avevo completamente trascurato.

Nonna Mary Anne, vedendomi in lacrime, mi prese tra le sue braccia intuendo subito la mia pena. A volte sembrava leggermi nel pensiero. Non  so davvero come faceva, tanto che a volte avevo pensato a lei come una sorta di maga  o forse una fata, che indovinava i miei desideri ancora prima che io aprissi bocca.

A ben pensarci era accaduto un mucchio di volte.

Le confessai quello che era accaduto e nonna Mary Anne  mi disse che mi capiva benissimo e che anche a lei, in passato, era successo un sacco di volte.

La guardai esterrefatto, perché ai miei occhi lei mi sembrava perfetta e non avrei mai perdonato se qualcuno, le avesse potuto fare del male, si trattasse anche di chi non avevo mai conosciuto.

Si allontanò un attimo in cucina e se ne tornò con una ciambella ed un succo di frutta mentre mi fece cenno di sedermi. Non me lo feci ripetere due volte, perché malgrado avessi lo stomaco chiuso, iniziavo a sentire  fame e mi sedetti al tavolo e in pochi minuti mangiai tutto.

Nonna Mary  Anne si sedette accanto a me e guardandomi negli occhi mi disse che lei era nata in una tribù  Sioux e  che la sua famiglia era stata , tanto tempo fa  e per molte generazioni, libera e felice e che tutte le tribù che  i bianchi chiamavano “indiani”, avevano da tanto tempo perso le loro terre e la loro stessa identità e la maggior parte di loro  viveva “prigioniera” nelle riserve che i bianchi avevano costruito per loro.

La guardai  con una faccia che probabilmente era la quintessenza della sorpresa, anche se a dire il vero il quel momento mi sentivo solo tanto tanto stupido.

Possibile che per tutti quegli anni non mi ero mai domandato nulla?

Preso dalla mia vita e dai miei sogni – ero un inguaribile sognatore  - non avevo mai domandato nulla a nonna Mary  Anne,  soprattutto della sua vita.

O forse non avevo voluto. Allora anche mia madre…sì nel sangue di mia madre scorreva la saggezza di un antico popolo. Eppure i suoi tratti somatici erano in tutto e per tutto simili a quelli di una donna bianca qualsiasi e anche Barbara, la più piccola di noi sette fratelli, non sembrava per nulla somigliante ad una “pellerossa”.

Con le mille domande che mi frullavano in testa decisi di volere sapere tutto.

 Ero curioso da morire e tempestai nonna di domande. Era come se in quell’attimo volessi recuperare tutti gli anni persi e tutto il tempo della sua vita, quella di cui ignoravo ogni cosa.

Ora  pensandoci bene, forse in tutte quelle bellissime storie che ci raccontava, c’era molta più verità di quanto credessi e  chissà – pensai-    non erano nemmeno frutto della sua  fantasia.

Avrei voluto farle  mille domande, chiederle se anche  nonno Dick era un Sioux, anche se a me pareva impossibile, dato il colore dei suoi occhi, e mille altre cose.

Nonna Mary Anne mi abbracciò come faceva da sempre, e scostando il ciuffo dei miei lunghi capelli, che lei mi aveva curato sempre con una dedizione particolare, mi raccontò una delle sue bellissime storie.

Tanto tanto tempo fa c’era un piccolo Sioux, della tribù dei Lakota Minneconju,  dal nome Piccolo Lupo, figlio di Verde Piede, capo tribù e di Donna dagli occhi di Stelle, la donna più bella del villaggio.

Piccolo Lupo era l’ultimo di sette fratelli ed era nato poco prima che l’uomo bianco venisse nella Terra dei Sioux a depredarla di ogni cosa e ad impossessarsi di TUTTO.

Erano anni felici e spensierati per il bambino e la sua gente. Il rispetto della natura  permetteva ai Lakota, di vivere da generazioni nella terra che da sempre era stata dei loro padri.

Tutto era sempre rimasto  immutato da che esisteva il mondo  e i  Lakota si addormentavano sognando cieli stellati e verdi foreste.

Piccolo Lupo era nato con un segno particolare sulla spalla sinistra: una macchia che sembrava l’impronta di un lupo.

L’Uomo – medicina, Colui-che-tutto-vede, gli predisse che il suo destino era legato alla foresta e al lupo. Fu per questo che venne chiamato Piccolo Lupo.

Gli anni trascorsero e Piccolo Lupo divenne grande e forte. Durante la cerimonia in cui si celebrò per lui ed altri giovani l’ingresso nella pubertà,  ogni giovane lakota ricevette il suo totem.

Suo padre aveva  scolpito nel legno di quercia il volto di un lupo e fattone un monile, glielo appese al collo. Il suo spirito guardiano da quel momento  gli avrebbe donato forza e vigore negli anni a venire della sua vita e lo avrebbe accompagnato nel suo difficile cammino visto che lui un giorno sarebbe diventato il Capo tribù.

Piccolo Lupo allora divenne triste perché da quel momento avrebbe dovuto dire addio per sempre alla vita spensierata fatta di giochi, di corse a cavallo e di lunghe nuotate al fiume.

Avrebbe dovuto dire addio per sempre agli anni meravigliosi della sua infanzia: sarebbe dovuto diventare un guerriero per poter un giorno diventare ciò che Wakan Tanka aveva scelto per lui e prendere il posto che gli spettava nella tribù.

Eppure in cuor suo aveva il presentimento che una parte della sua vita si era definitivamente conclusa e che giorni pieni di dolore avrebbero segnato il suo cammino.

Non capiva perché fossero quelli i suoi pensieri, ma non riusciva a pensare ad altro.

Il suo cuore in quel momento, malgrado l’atmosfera gioiosa, si sentiva dilaniato ed una strana sensazione di angoscia, iniziò a pervadere ogni fibra del suo essere.

Sentiva una strana forza impossessarsi di lui e allo stesso tempo avrebbe voluto fermare il tempo e tornare agli anni dell’infanzia.

Quella notte si sentiva particolarmente angosciato e non riuscì a chiudere occhio.

All’improvviso  gli sembrò  come se qualcuno lo chiamasse.

Poi udì  nitidamente delle urla di dolore. Era un ululato. Ma era diverso dal solito, quello sembrava un lamento di morte.

Faceva freddo quella notte di Dicembre e senza farsi sentire si vestì, prese arco e frecce  ed uscì dal tepee;  prese quindi  una fiaccola e  montò sul cavallo recandosi  verso la montagna che attorniava l’accampamento della tribù.

L’ululato si faceva sempre più vicino. Poi li vide: una giovane lupa stava per dare alla vita la sua cucciolata.

Piccolo Lupo si nascose dietro ad un albero deciso a partecipare a quell’evento straordinario ma senza disturbare; mai prima di allora gli era capitata una cosa simile.

La lupa mise al mondo sette  cuccioli, e dopo ore di dolore, finalmente aveva preso a leccarne il pelo, amorevolmente.

 

Fredda è la notte sotto la luce velata della luna

Ma il lupo ne sente il calore,

ed ogni ululato

riscalda il suo spirito, che si eleva fino a toccare la volta celeste, per poter mostrare a tutti

quanta fierezza c’è in quel  canto….

 

Piccolo Lupo da allora decise  che avrebbe sempre vegliato su quella famiglia e sul branco alla quale appartenevano; in quel momento si ricordò che il  Sachem1 aveva raccontato loro che da tempo washichun2 si aggiravano spesso sulla montagna in cerca di pelli.

Una volta erano stati anche nel villaggio ma suo padre, con l’autorità di Capo tribù, aveva rifiutato quegli strani doni: delle bottiglie con uno strano liquido dal colore giallo oro, come i loro capelli.

Piccolo Lupo tornò al villaggio e senza farsi sentire, andò a dormire.

Si sentiva felice ed allo stesso tempo preoccupato.

Passarono gli anni e  per tante notti Piccolo Lupo era tornato sulle montagne per accertarsi che il suo spirito guardiano continuasse a correre libero nella notte di cui era padrone assoluto.

Ma washicun aveva affilato le sue armi e la brama del possesso aveva reso i cuori pieni di odio per i Lakota di cui desideravano terre e ricchezze.

In poco tempo tutto cambiò e per i Lakota Minneconju, tutti i Sioux, fu la fine di un sogno.

Piccolo Lupo una notte salì sulle montagne e trovò la Lupa che tanti anni prima aveva messo al  mondo i sette cuccioli, distesa sul dorso. Era morta. La sua pelliccia era stata dilaniata dal colpo di un fucile e dopo essere stata colpita,  lasciata a terra.

Era anziana e per questo la sua pelliccia non aveva alcun valore per washicun. Aveva probabilmente lottato fino alla fine per difendere quelli del suo branco insieme ai maschi del gruppo, ma non ce l’aveva fatta.

Ovunque vi erano segni di una battaglia impari alla quale i suoi spiriti guardiani avevano ceduto.

Tutti morti.

Allora il giovane Lakota si portò il braccio destro sugli occhi cercando di asciugare le lacrime che scendevano copiose. Si chiese mille volte perché era accaduto tutto ciò  rivolgendo il suo urlo disperato al cielo:

 

“ Il mio cuore è diventato duro come una pietra e non c’è più spazio per la tenerezza!”.

 

Nella notte gelida di Dicembre non udì altro che l’eco della sua voce che si perdeva nel buio della fredda notte ed  il battito del suo cuore, mentre un odio profondo si insediava nella sua anima.

Piccolo Lupo col cuore dilaniato da mille ferite tornò all’accampamento deciso in cuor suo di vendicarsi.

Ma non ci fu tempo.

Egli  non sapeva che quella notte sarebbe stata l’ultima della sua vita fatta di sogni e di speranze.

Trovò suo padre in preghiera mentre invocava ad alta voce, battendosi il petto, Wakan Tanka.

Lo sentì dire che stavano arrivando da ovest attraverso il fiume e che stavano per portarli via.

Verde Piede radunò tutti gli uomini del villaggio e disse loro che avrebbero dovuto indossare le loro belle camicie dipinte perché li avrebbero resi invulnerabili ai proiettili.

Tutti le indossarono  mentre l’alba sorgeva.

Piccolo Lupo si chiese perché stavano accadendo tutte quelle cose orribili; senza  pensarci portò la mano destra sul suo spirito guardiano che teneva al collo e sentì un dolore fortissimo alla spalla sinistra là dove vi era il segno del suo animale totem: era  come se mille lance l’avessero trafitta.

All’alba arrivò a cavallo un uomo bianco recando un dispaccio che diceva che dovevano tutti recarsi a Wounded Knee e lasciare immediatamente quella terra d’ ora in avanti requisita dal Governo degli Stati Uniti d’America.

Parlava una strana lingua che nessuno capiva ma tutti compresero  bene il tono duro ed imperioso della sua voce. Il suo non era un invito ma un comando, un ordine.

Poi rivolgendosi ad uno dei soldati gli disse parole che nessuno capì anche se a tutti era chiaro il loro significato.

 

" Questi popoli non devono essere trattati come nobili nemici ma come la peggior gentaglia che la terra abbia prodotto e la cui eliminazione va vista come un dovere. Non devono essere fatti prigionieri, tutti gli appartenenti a quelle tribù di briganti devono essere uccisi."3

 

Uno di loro parlò con Verde Piede  il quale  ordinò alla sua gente  di prendere le  cose e di prepararsi.

Piccolo Lupo chiese spiegazioni e mentre lo faceva piantò i suoi occhi fieri in quelli del soldato4 che parlava con suo padre.

Mai in vita sua aveva provato un simile odio.

Guardò sua madre e Due Lune, la più piccola delle sorelle. A quell’epoca poteva avere sì e no quattro anni.

Tutti erano tristi e in un silenzio di morte si prepararono a lasciare la Terra dei Padri.

Tutti ordinatamente seguirono Verde Piede.

 

Fratelli miei, sorelle,
quando ci rivedremo
la terra tremerà di gioia,
il cielo piangerà,
sciogliendo le nuvole
dell' estate che arriva.

 

 

I soldati radunarono tutti i Minneconju.

Piccolo Lupo fu allontanato dai genitori e messo nella fila insieme ad altri giovani guerrieri.

Subito dietro c’erano le donne con i bambini piccoli, tra cui la piccola Due Lune..

In un silenzio di morte iniziarono a  lasciare per sempre la terra dei loro padri.

L’oscurità invernale avvolgeva quella fredda mattina del 29 Dicembre 1890, mentre minuscoli cristalli di ghiaccio danzavano nella prima luce dell’alba che stava sorgendo, dando al paesaggio un che di soprannaturale.

Piccolo Lupo guardò la sua terra e le montagne intorno all’accampamento che lo avevano visto nascere: mai quei luoghi gli erano apparsi tanto belli. A bassa voce disse loro  addio.

 

“Guardatemi. Sono un guerriero in questa terra dove il sole sorge, ora io vengo da dove il sole tramonta. ..”

 

Giunti all’accampamento della cavalleria, sul torrente Wounded Knee, essi furono fermati e contati: vi erano 120 uomini e 230 tra donne e bambini.

L’uomo medicina, accennando un passo della danza degli spettri ,  iniziò ad intonare  un antico canto che diceva così:

Canto e sogno nel mio povero mondo

Sopra la terra

Io che sbarcherò ancora

Sopra la terra….

 

Allora i soldati spaventati gli intimarono di  tacere mentre ingiungevano  a tutti coloro che possedevano qualsiasi tipo di arma, di consegnarla immediatamente.

Ma un giovane lakota sordo fin dalla nascita,  disorientato da quello che stava accadendo, rifiutò di consegnare il fucile.

Un soldato allora cercò di  strapparglielo di mano ma nella confusione e nella colluttazione, partì un colpo accidentalmente.

Subito seguì un grande fracasso e i soldati iniziarono a sparare sui Lakota.

 

Con ali sfrangiate di rapace

La morte s’avanza

Sul cuore del mondo.

Gli uomini fuggono a est, a

Ovest, a nord, a sud, come uno stormo di passeri, invano…

 

Piccolo Lupo non ebbe nemmeno il tempo di rendersi conto cosa stesse accadendo, quando nella concitazione generale, si accorse di una bambina che piangeva, accanto al corpo della madre.

Era la piccola Due Lune e colei che giaceva a terra era sua madre, la loro madre.

Non ebbero nemmeno il tempo di piangere Donna dagli occhi di stelle, di poter dare voce a tutto il dolore che si portavano dentro il cuore.

Prese tra le braccia la sorellina e iniziò a correre; ma  non ebbe nemmeno il tempo di raggiungere il fiume quando una pallottola lo colpì alla spalla sinistra , esattamente nel punto che recava l’impronta del suo spirito guardiano. Allora  per un istante gli sembrò di vivere la scena della morte della  lupa  mentre cadeva riversa sul terreno colorandolo del rosso del suo sangue. Era come morire per la seconda volta. Era come se il suo corpo si fosse fuso con quello del suo spirito guardiano.

Piccolo Lupo si accasciò a terra cercando di proteggere la sorellina  facendole scudo col suo corpo: la guardò negli occhi sorridendole e chiuse gli occhi. Per sempre.

Ora finalmente aveva raggiunto il suo spirito guardiano e poteva correre felice e libero insieme al branco su cui  aveva vegliato da quella notte di inverno, nella terra dei padri.

Fu così che ebbe fine la sua breve vita…”.

 

*

La storia che nonna Mary Anne mi aveva appena raccontato aveva avuto un finale imprevedibile: avevo creduto che avesse un lieto fine ed invece  per la prima volta, mi aveva raccontato una storia drammatica.

Mi resi conto di stare piangendo. Ero certo che quella non era una favola, non era pura invenzione; le favole hanno sempre un lieto fine, quella invece no.

Ero arrabbiato con me stesso, con nonna, con i bianchi che avevano fatto quelle cose orribili.

Mi ero reso conto di appartenere ad un popolo fiero e valoroso, di cui mi ero vergognato a causa del colore della mia pelle.

Per questo ero furioso,  soprattutto con me stesso  e per essermi reso conto così tardi di come stavano le cose.

Sarei dovuto essere come Piccolo Lupo, che diede la vita per salvare Due Lune e che si batté fino alla fine, forse ancora credendo ai  suoi sogni.

Io invece mi sentivo solo un vigliacco.

Ricordo che nonna mi guardò ed iniziò nuovamente  a parlarmi. Aveva il viso tristissimo, ma non piangeva. Non ricordo di averla mai vista piangere.

Non voglio riassumere le sue parole e quindi cercherò, vagando nei meandri della mia memoria, di riportarle nella maniera più fedele possibile.

Fate conto che è come se fosse lei a parlarvi per favore.

 

“Non sapevo che  quel momento era la fine di tante cose. La mia vita era solo all’inizio ma avevo già visto abbastanza.

Si racconta che i corpi di tutti coloro che erano stati massacrati furono gettati in una fossa comune, mentre coloro che sopravvissero furono  caricati su un carro e condotti  a  Pine Ridge quando era già notte.

Sai mio piccolo James, ogni notte rivedo ancora  le donne ed i bambini massacrati riversi nella neve, ammucchiati e sparsi a zig zag, esattamente come li vidi quel giorno.

Ero piccola allora e mi chiamavano Due Lune; ma io non posso e non devo dimenticare.

Sarebbe come fare torto alla memoria di mio fratello, Piccolo Lupo e  dei  miei padri. Di tutta la mia gente.

Due Lune ero io, mio piccolo James, ed ora non sarei qui a raccontarti questa storia se mio fratello non mi avesse salvata.

Sai…lassù, a Wounded Knee, morì il sogno di un popolo, del mio popolo. Era davvero  un bel sogno, ma era finito per sempre”.

 

Ricordo che nonna Mary Anne si fermò guardando fisso un punto in lontananza, come se le scene che descriveva fossero lì ancora sotto i suoi occhi. Poi riprese:

“ Non ebbe il tempo di seguire le tracce del sentiero della sua vita, quello che Wakan Tanka aveva tracciato per lui alla sua nascita. Le forze del male erano prevalse su tutto.

La mattina dopo il massacro - mi raccontarono anni dopo -  mi trovarono accanto al corpo di Piccolo Lupo. Non riuscivo a dire nulla. Avevo gli occhi sbarrati e non piangevo neppure.

Mi portarono via in una riserva e per anni vissi in quel posto di inferno. Ti risparmio i particolari, mi fa ancora male ricordarli…


Spirito della Terra,
dove sei?
Da molte lune attendo di vedere
un' alba nota ed un sentiero
su cui io riconosca ad uno ad uno
i fiori e i sassi.

 

Furono anni terribili e solo di notte trovavo pace mentre facevo sempre lo stesso sogno.

Rivedevo i luoghi della mia infanzia, e soprattutto mia madre. Mi svegliavo urlando e cercandola ma quando aprivo gli occhi mi ritrovavo sempre da sola.

La mia vita cambiò quando conobbi nonno Dick; lui era bianco ma era diverso da tutti gli altri. Mi ricordo che veniva spesso alla riserva e ricordo ancora quando mi disse nell’antica lingua

“Suta mni wakan” che vuol dire ti amo.

Il resto della storia la conosci; ci sposammo ed avemmo tre figli tra cui tua madre. Fummo felici a modo nostro finché tuo nonno  morì. Tu eri piccolo James, non credo che lo ricordi..

Solo quando iniziai ad essere nuovamente felice mio fratello cominciò ad apparirmi in sogno: lo vedevo correre libero e felice insieme al suo spirito guardiano; lo vedevo sempre correre insieme a sette bellissimi lupi dal manto grigio.

Questa è l’immagine che conservo di lui, almeno nei miei sogni.

E lo rivedo sempre così, ogni notte,  mentre si volta a sorridermi”.

 

 

Decisi di non chiederle altro perché avevo capito: avevo capito che oltre alla sofferenza e al dolore e alle piccole sconfitte della vita, esiste sempre la speranza.

E capii che anche io facevo parte di quel grande sogno e che finché avrei continuato a tenere viva la fiamma del ricordo, forse i frammenti di esso non sarebbero mai andati perduti.

Quella notte feci lo stesso sogno di nonna Mary Anne:  in sogno vidi  nitidamente Piccolo Lupo mentre correva libero e felice nelle terre dei Lakota ed insieme a lui una lupa dal manto grigio insieme a sette lupacchiotti., mentre le  loro impronte  si posavano nel terreno ricoperto da candida neve, pura ed incontaminata.

Quella notte, lo ricordo bene anche se da allora sono trascorsi molti anni, una grande pace scese nel mio cuore di bambino.

Mi addormentai sereno, malgrado tutto, e ripensai a tutto quello che mi aveva detto nonna Mary Anne.

Oggi mia nonna non c’è più ma  in ogni istante della mia vita rivedo il suo sorriso, il suo volto e i suoi capelli bianchi che spesso legava in due trecce che la rendevano, ai miei occhi di bambino, buffissima.

*

E’ quasi la fine di dicembre e fa molto freddo.

Ripongo questi fogli sparsi che contengono le tracce del mio passato, come se fossero un tesoro. Sono un tesoro, il più caro di tutti.

Mi accorgo di ripetere un gesto che sa di antico mentre guardo fuori dalla finestra e vedo che  l’alba di un nuovo giorno  sta nuovamente sorgendo.

Ed oggi come allora sento dentro di me una grande pace.

 Ed anche oggi come allora  la  neve scende ricoprendo con  il suo morbido manto, ogni cosa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



1 Sachem significa “saggio”; è il saggio della tribù.

2 Washicun sta per “uomo bianco”.

3 Questa frase fu realmente pronunciata dal Generale Jeffrey Amherst


 

4 Nella realtà storica il soldato che detta gli ordini è il colonnello W. Forsyth, mentre il capo Tribù si chiamava Grosso piede.

Postato da eufemiaG In ---> racconti scritti da me
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giovedì, 27 luglio 2006

Ed eccomi qua infine. Un po' per caso, ma soprattutto grazia alla cara Etain che mi ha invitata a compiere un'ennesima avventura nel mondo della scrittura.

Per me la parola è magia, e da essa mi lascio trasportare attraverso mondi solo accarezzati dai sogni e dalla fantasia. Il mio augurio è di poter fare insieme a chi avrà la pazienza di seguire la mia rotta, il viaggio più bello: quello che ha la consistenza dei sogni che ti lasciano la loro impronta sulla pelle. Che le stelle rischiarino il vostro cammino. 

EufemiaG

 

Postato da eufemiaG In ---> chi sono
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