"Buonanotte Camilla"
racconto di Halloween

Camilla aveva quattro anni ed era la più piccola di tre sorelle. Aveva lunghi capelli rossicci raccolti in trecce che la mamma le faceva ogni mattina, ed un viso delizioso che la faceva tanto somigliare a quell'angioletto che adornava il servizio buono da caffé della mamma.
Camilla ogni tanto se le rigirava tra le mani e ridendo diceva "Questa sono io!". Inutile dirlo: era la più coccolata in famiglia anche perché Camilla si serviva dei suoi meravigliosi sorrisi per aprire il cuore delle persone.
A quattro anni, nel villaggio di Wiltshire, era famosa quasi quanto il vecchio sindaco la cui carica, a memoria d'uomo, durava da tanti di quegli anni al punto che nessuno si dava più la pena di ricordarli. Un giorno Constance, la mamma delle tre bambine , ricevette una lettera da parte di zia Marge che era sua sorella e che le invitava per il fine settimana di Halloween.
"Evviva", gridarono in coro le tre bambine quando la mamma annunciò loro la notizia. Zia Marge viveva a qualche miglio di distanza da Wiltshire, in una vecchia villa di campagna di quelle che a guardarle fuori...brrr, mettono quasi i brividi. Che strani gusti aveva quella donna, si era detta più volte Constance, ma si sa...era pur sempre la sua cara sorella e le voleva un gran bene.
E così senza pensarci due volte, Constance preparò i bagagli, ed in compagnia di Margareth, la governante, si mise alla guida del calesse e partirono.
La campagna inglese in quel periodo appariva delicata e triste come in un dipinto e Constance faceva sempre volentieri quel viaggio, solo per ammirare quello splendido paesaggio che sembrava uscito da un quadro.
Ed eccola là, zia Marge, sulla porta dell'enorme villa bianca, vestita con un lungo abito color viola - che gusti eccentrici che ha, disse tra sé e sé Constance - ed un cappellaccio da strega, mentre salutava le sue tre nipotine adorate.
Aveva preparato tutto a puntino per la festa di Halloween e aveva decorato la casa con zucche di ogni grandezza, ricreando un'atmosfera, chiamiamola gotica, che le bambine trovarono eccitante e spaventosa allo stesso tempo.
Eh sì, perché erano abituate a quella zia un po’ strampalata e dai gusti molto strani e che una volta - raccontò loro - aveva parlato con i ragni mentre si trovava in compagnia di un vecchio fantasma.
Dovevate vedere le tre bambine come urlavano dal terrore in quei momenti mentre zia Marge, con voce teatrale, raccontava quella storia da brivido!
Un vero spasso per Constance e le bambine, abituate alla vita monotona della loro dimora e che finivano sempre col divertirsi tantissimo.
Camilla, soprattutto lei, adorava sua zia e non la lasciava un attimo, tirandole di continuo il lungo abito per attirare la sua attenzione.
Nella casa c'era un lungo corridoio pieno di quadri antichi che avevano sempre attratto la bambina e Camilla amava percorrerlo soffermandosi su ciascun dipinto.
Lo faceva tutte le volte che veniva a trovare zia Marge ed era diventato quasi un rito e un gioco allo stesso tempo.
Si divertiva ad inventare i nomi dei personaggi che vi erano dipinti e a fare ciao ciao con la manina.
Anche quella sera, mentre le sorelle e la mamma erano ancora sedute alla tavola imbandita a festa, sgusciò fuori dalla sala da pranzo e senza dare nell’occhio, rinnovando quella consuetudine, se ne andò trotterellando per la casa, fino a soffermarsi sui quadri del lungo corridoio.
Un quadro che non si ricordava di avere mai visto, la colpì in maniera particolare: vi era dipinto il volto di una bambina dai capelli rosso chiaro, quasi colore del grano, che teneva in mano un libro o forse un quaderno. Poteva avere cinque o sei anni, non di più.
Camilla restò a guardarla ipnotizzata quando ad un certo punto vide una lunga scalinata; subito
decise di salirla perché curiosa com'era, si era ovviamente chiesta dove l'avrebbe condotta. E così dopo avere salito tutti i gradini, si ritrovò davanti ad una porta, l'aprì ed entrò.
Dentro vi erano oggetti d'ogni genere che la zia aveva deciso di accatastare in quella stanza quasi buia, tra cui vecchie bambole, una culla, uno specchio ed una spazzola adornati di seta bianca, e vari giocattoli di legno, tra cui un cavallo a dondolo.
Camilla alla fioca luce del sole del tardo pomeriggio, che filtrava dalla tettoia, li stava guardando quando qualcuno le disse:
"Quel giocattolo era il mio preferito! Sì quello laggiù, il mio cavallo a dondolo...", disse la voce che sembrava essere di una bambina.
"E tu chi sei?", domandò Camilla.
"Quella del quadro - le rispose la bambina – “Era tanto che volevo tornare qua ..Ma tu non dirlo a nessuno che sono ritornata , capito? E' come un segreto, anzi sarà il nostro segreto", le rispose la bambina.
"Sì il nostro segreto", disse Camilla con la sua vocina
"Dai provalo...vedrai ti piacerà", le disse la bambina del quadro.
Allora Camilla salì sul cavallo a dondolo e sorridendo a quella strana bambina che la guardava divertita, le domandò:
"Vuoi andarci tu ora?".
"Non posso" - rispose quella – “Sai io sono trasparente".
"Cosa vuol dire?", chiese Camilla.
"Che non ho più un corpo".
"Ahhh" rispose Camilla poco convinta.
"Sai tanto tempo fa io abitavo in questa grande casa e giocavo per ore con i miei giocattoli di legno".
"E poi cosa è successo?", le domandò Camilla.
"Mi sono ammalata e sono diventata trasparente", le rispose la bambina.
Camilla che poco aveva capito delle parole di quella bambina, era più interessata ai giocattoli così le due bambine si misero a giocare insieme pettinando i capelli delle bambole che sembravano essere tornati ad essere soffici come la seta. Ovunque toccavano le mani di quella bambina del quadro, tutto sembrava diventare magico.
Poi ad un certo punto Camilla udì la voce della mamma che la chiamava con tono preoccupato e ne sentì i passi mentre saliva la lunga scalinata che portava alla stanza.
Allora la bambina del quadro le disse:
"Devo andare via......ma tu promettimi di non svelare mai il nostro segreto!".
Aprì la mano di Camilla e le disse "Ecco tieni...Ora devo tornare dalla mia mamma, ma grazie… sai? Di avermi fatto ricordare com'ero e quanto sono stata felice qua....Buonanotte Camilla!".
E Camilla non fece in tempo ad ascoltare le sue ultime parole, quando la porta si spalancò.
"Eccoti qua Camilla! Ma dove ti sei cacciata piccola?", le disse la mamma con un tono di voce preoccupato.
"Io stavo giocando.. mamma..." e così dicendo corse in braccio alla mamma mentre questa la conduceva giù dallo scalone. Allora qualcosa scivolò dalle manine della bimba cadendo a terra.
Constance lo raccolse e disse "Dove lo hai trovato Camilla? E' bellissimo!".
" Me lo ha dato...".
E mentre lo diceva guardò il quadro della bambina e si ricordò della loro promessa.
"L'ho trovato lassù mamma, posso tenerlo vero?" le domandò Camilla.
"E' un bellissimo cavalluccio a dondolo, così minuscolo e perfetto e fatto di legno poi...chissà di chi era!! Certo che puoi tenerlo bambina mia!".
E fu così che Camilla si abbandonò tra le braccia della mamma fin quando gli occhi le si chiusero e rivide in sogno la bambina trasparente che cavalcava su uno splendido cavallo a dondolo, nella soffitta che si era trasformata in una stanza piena di luce e di giochi.
C'è chi dice che i fantasmi non esistono...eppure in quel giorno che preludeva alla notte di Halloween, quando gli spiriti di coloro che hanno già vissuto tornano a visitare le dimore che furono loro care, una bambina era tornata in questo mondo forse perché aveva nostalgia dei suoi giochi o forse dei sorrisi e dell'amicizia che solo i bambini sanno donare.

Questo racconto partecipa all'iniziativa letteraria "Per festeggiare insieme Halloween" su
Rosso Venexiano
Eufemia intervista Alessandro Troisi
scrittore e direttore della rivista letteraria
IL REFOLO

Alessandro Troisi è scrittore, saggista nonché direttore responsabile della rivista letteraria
IL REFOLO (cliccate sopra per visualizzare il sito di Alessandro e i numeri della rivista)
trimestrale di narrativa e cultura umanistica, che cura personalmente e con soddisfazione. All' iniziativa partecipano abili penne da tutta Italia, la maggior parte delle quali hanno già avuto esperienze in campo editoriale. Narrativa, poesia, saggistica, recensioni, interviste ad autori emergenti, rassegne e critiche d'arte, si fondono dando vita ad un foglio indipendente nei contenuti che si propone come stimolo ludico/culturale gratuito.
Coloro che fossero interessati ad inviare materiale da pubblicare, possono mandare una e mail ad
alessandro.troisi@libero.it.
Ciao Alessandro e grazie per avere accettato l’intervista.
Parlaci un po’ di te, della tua scrittura e del tuo esordio come scrittore.
Sono un trentenne come tanti, che in preda ad una crisi di mezza età ha pensato di appuntare per iscritto le proprie frustrazioni. I pensieri si sprecavano e io li fissavo su carta, così a poco a poco hanno incominciato a prendere forma due libri “Il Serpente – il lato nascosto delle cose” e “La Lanterna di Diogene – dall’oscurità al chiarore” editi da Il Foglio Letterario rispettivamente nel 2005 e nel 2006. Il Mio esordio come scrittore è stato inaspettato: quasi per scherzo ho proposto la pubblicazione del primo scritto e con piacevole sorpresa ho trovato alcuni consensi.
Cosa o chi ti ha spinto a coltivare questa aspirazione ?
Non si è trattato di una vera e propria aspirazione. Ho incominciato a redigere una sorta di diario, un po’come fanno gli adolescenti ma i “segreti” che appuntavo con una certa regolarità non riguardavano gli avvenimenti, gli incontri e le nuove esperienze, ma piuttosto riflessioni: risposte che cercavo di dare a tutto ciò che concernesse la sfera dell’universo metafisico. È così che è nato “Il Serpente”, uno “zibaldone di pensieri” che ha riscosso un discreto seguito.
Qualcuno ti ha ostacolato o ti ha consigliato di far altro ?
Quando ho espresso l’idea di pubblicare quel mio diario, che con il tempo aveva assunto la forma di uno strano saggio di esoterismo, mi sono rivolto ad un conoscente, responsabile di una piccola casa editrice del ponente ligure. L’imprenditore con “amicizia” mi ha prontamente scoraggiato: “Sai, bisogna fare prima una attenta analisi di marketing” sono state le sue parole “e l’argomento esoterico non penso possa destare interesse!”. Le sue parole profetiche sono state smentite dal successo de “Il Codice Da Vinci” e io nel frattempo avevo trovato due sostenitori: Maurizio Maggioni, direttore della collana esoterica de “Il Foglio” e Gordiano Lupi, l’editore.
Che percorso hai seguito per arrivare a questo punto ? (Carriera scolastica, formativa, lavorativa).
Penso che la formazione umanistica ricevuta all’università sia stata utile, per il resto Il mio percorso è stato perlopiù introspettivo e di ricerca.
Con quale personaggio famoso che lavora in questo ramo vorresti lavorare o hai lavorato ?
Non ho avuto occasione di lavorare con nessun grande della narrativa, poesia o saggistica contemporanea, ma nemmeno lo pretendo. So di coltivare un piacevole passatempo, che difficilmente sfocerà in qualcosa di più. Come saggista non sono malaccio, ma è la narrativa che tira, quindi resterò sempre un dilettante.
Quale è il tuo « mito » e perchè (non deve necessariamente avere a che fare con il tuo campo)?
Non ho un vero e proprio mito, nel campo delle arti e delle lettere apprezzo però i “capiscuola”, coloro che creano uno stile originale, un differente modo di comunicare o un genere nuovo. Per fare un esempio, pittori come Picasso e letterati come il Marinetti.
Cosa consiglieresti a chi vuole intraprendere il tuo stesso percorso?
Provateci! Se qualcuno vi prende in considerazione, il cammino è stimolante, se va male non ve la prendete, parecchi condividono la vostra passione e gli editori, anche i più volenterosi, non possono leggere tutto: ci vuole anche un po’di fortuna.
Parlaci un po’ della tua rivista letteraria “Il Refolo” e dei tuoi progetti per il futuro.
“Il Refolo” è forse la cosa più divertente che abbia fatto negli ultimi anni (e di cose divertenti ne ho fatte, ve lo assicuro!). L’idea di base era quella di creare una rivista di autori locali del ponente ligure. Guardandomi attorno non ho trovato tanto materiale decente, così grazie anche all’aiuto dell’editore, ho allargato i confini al territorio italiano e ho scoperto tanti bravi scrittori che, purtroppo privi delle spinte giuste, non riusciranno mai ad emergeree pubblicare con le grandi case editrici.
Con mia soddisfazione la rivista sta raccogliendo consensi tra gli scrittori esordienti che ci inviano il loro materiale in visione e spero che il 2007 porti chissà magari anche qualche firma illustre tra i racconti o la poesia.
Prossimamente spero di pubblicare il mio terzo saggio: “PLATONE MISTERICO l’insegnamento racchiuso nel mito” e magari di trovare qualche editore interessato al mio primo romanzo di fanta-esoterismo: ”Il Nuovo Messia”.
Mi piacerebbe avere la soddisfazione di pubblicare con una grossa casa editrice, o curare una rivista stampata con tiratura nazionale, ma non penso che sarà mai possibile.
Spero intanto che questa intervista possa portare nuovi autori e con essi nuova linfa a “Il Refolo”, per potere incominciare alla grande il 2007.


Una sera d’autunno, una delle tante, mentre la Senna fluiva incessante nel suo scorrere immutabile ed eterno.
Ne aveva viste di cose la Senna e quella sera ascoltava, come faceva da sempre, la solitudine di una donna appoggiata al ponte mentre guardava la pallida luce della luna che si specchiava nelle acque scure.
Un bateau-mouche passava in quel momento, interrompendo col suo movimento, il flusso dei suoi pensieri e la visione dei raggi della luna che si dissolsero nell’acqua lasciando onde che si muovevano al ritmo del vento d’autunno.
Silvye guardava fisso e ripensò agli ultimi giorni della sua vita: una donna spezzata come in quel famoso romanzo di Simone de Beauvoir. Strano come quel libro che le era tanto piaciuto anni prima ora sembrava essere così perfetto per definire ciò che la sua vita le sembrava essere in quel momento. Non piangeva Silvye anche se aveva la sensazione che mille rovi le trapassassero l’anima facendole dimenticare persino il sapore delle lacrime. Ripensandoci, non riusciva nemmeno a ricordare l’ultima volta che si era sentita felice.
Appoggiò il viso sulle braccia quando qualcosa attirò la sua attenzione: un aquilone volava sulla Senna accarezzando col suo moto colorato i contorni bui della notte, librandosi nell’aria fredda di quella sera d’autunno e descrivendo col suo volo obliquo, una danza gioiosa che strideva con le mille sensazioni che Silvye portava nel cuore.
La luce di un lampione ne lasciava intravedere i colori del cielo.
Il suo sguardo fu così catturato dalle mille acrobazie che esso sembrava disegnare sulla volta del cielo di Parigi, tanto che le venne spontaneo di chiudere gli occhi e di immaginare di volare in quell’infinita vastità come l’aquilone.
Bastava che chi lo teneva lasciasse un poco il filo…e pffffff, Silvye sarebbe volata via un’ultima volta ancora, forse senza una meta e senza confini, danzando con le stelle e chiedendo alla luna di illuminare la sua anima inaridita dal buio di quei giorni.
Poi Silvye riaprì gli occhi e vide solo un fiume che da sempre sussurrava parole con la sua bella voce e che nemmeno tutti i secoli del mondo avrebbero potuto invecchiare.
E guardando la Senna, come se fosse una vecchia amica le sussurrò: “Grazie!”.
Quella sera si sentì forte abbastanza per riprendere in mano i fili della vita, burattino da plasmare secondo i capricci e i moti dell’anima e come un aquilone si immaginò di solcare i cieli e correre verso una nuova meta. O forse verso un’illusione.
Ma quel momento le sembrò perfetto per varcare i cancelli della speranza e come un aquilone - si disse - doveva provare di nuovo a volare.

Immagini color pastello: parte II
la parte prima potete leggerla nel post precedente

Steventon Hampshire, 8 Luglio 1958
Poi vennero i giorni bui della guerra e nulla più fu uguale.
Mio padre ricevette una lettera. Come tutti gli uomini della sua età doveva partire per il fronte. L’Inghilterra era in guerra, come la maggior parte delle nazioni europeee e i suoi uomini dovevano dare il loro tributo.
Egli mi salutò promettendomi di tornare e chiedendomi di continuare a mantenere quel mio eterno sorriso di eterna bambina, perché solo così sarebbe partito tranquillo, e di continuare a credere nei miei sogni.
Mi sforzai di sorridergli, trattenendo le lacrime e dicendo sì col capo. Estrasse dalla tasca un cartoncino su cui era stato abbozzato a matita un fiore colorato con dei pastelli ed una mano di bambino, che lo tendeva…
Capii allora che anche per lui, quel giorno nella torre era rimasto impresso nella memoria come uno dei nostri giorni migliori.
Non era stato un giorno diverso dagli altri, eppure, per una strana malia, lo avevamo eletto come uno dei nostri giorni più belli.
Steventon Hampshire, 16 Luglio 1958
Ritorno con fatica alle pagine della mia vita: spesso il caldo di quest’estate caldissima, lo fa da padrone impedendomi di avere la lucidità e la serenità necessarie per immergermi tra le pagine della mia vita.
Sono passati tanti anni da quando mio padre partì per il fronte e il disegno che fece per me è racchiuso tra le pagine di questo diario, tanto che spesso girandone le pagine, fa capolino quasi come a volermi ricordare ciò che ero stata.
Una vita fa…
Negli anni della guerra mi rifugiai nella tenuta di campagna di zia Margareth, sorella di mia madre, che aveva acconsentito a prendermi con sé. A quell’epoca, ricordo che ogni giorno, arrivavano da Londra tantissimi bambini, che come me sfuggivano alla follia della guerra. Volti tristi e rassegnati come il mio, volti di bambini ai quali erano stati strappati sogni e affetti, ma anche volti di bambini che nell’’incoscienza tipica di quell’età, tornavano a vivere.
Quando i ricordi di quei giorni funesti furono solo un doloroso ed allo stesso tempo sbiadito ricordo, tornai a Igraine, sola, ricercando le vestigia di un passato che rivivevo solo nella mia mente. Ero una donna oramai, almeno per quello che dicevano gli altri, e come tale dovevo comportarmi. A me sembrava di avere abbandonato quei luoghi solo pochi giorni prima e vagando intorno al maniero, andavo alla ricerca di quell’altra me stessa, che oramai apparteneva ad un altro tempo. Forse quello che tutti volevano dimenticare.
Ero sola, ed eccetto mia sorella che vedevo raramente, e zia Margareth, non avevo più nessuno.
Ero folle ed ebbra allo stesso tempo, di poter tornare a vivere tra le mura dell’antico castello dove ero stata felice, e poter risalire uno ad uno tutti i gradini che portavano là in alto, alla torre di Igraine.
E magari risalendo, mi illudevo che una volta arrivata in alto, lo avrei rivisto là, assiso sulla sua sedia, mentre dipingeva.
In tutti quegli anni l’ho rivisto così, nell’atto sublime della creazione.
Ed invece lui non c’era, o forse sì. Il riverbero della luce del sole non mi faceva mettere a fuoco le immagini. Ed allora esclamai : “Padre!”.
Lui si volse e mi sorrise. Non lo riconobbi subito, anzi non lo riconobbi affatto.
Mi avvicinai mentre la tenue speranza di rivedere colui che avevo amato tanto, andava sbiadendo. Non era mio padre, ma un giovane che osservava quel dipinto che tanti anni prima mio padre non volle vendere. Era lì, perfetto, intatto, e sembrava che la polvere del tempo che scorre incessante, quasi non vi aveva lasciato traccia.
Tutto era rimasto immutato: il cavalletto, i pennelli, i colori. Tutto sembrava eternamente immobile.
Eppure guardando quel quadro, avevo ancora l’impressione che mancasse qualcosa.
Mi salutò dicendomi che certamente non lo avrei riconosciuto. Era il figlio della ricca signora che anni prima era venuto a visitare la mia dimora e a chiedere a mio padre di vendergli quel quadro. Mi disse che per tutti quegli anni era stato in America, patria di sua madre e che aveva deciso di tornare per rivedere Igraine ed il suo antico maniero.
Raccolsi i pennelli e li appoggiai sul cavalletto, mentre con imbarazzo cercavo di trovare le parole giuste per rompere il silenzio che era caduto su di noi.
Steventon Hampshire, 20 Luglio, 1958
Ethan, questo era il suo nome, da quel giorno tornò spesso a Igraine e col tempo diventammo amici.
In cuor mio fremevo dal desiderio di rivedere la sua auto risalire su per il pendio e fermarsi davanti alla soglia del castello.
Mio padre non tornò più dal fronte e solo qualche anno dopo giunse la notizia ufficiale della sua morte.
Fino ad allora ero vissuta nell’illusione di poterlo rivedere dipingere, mentre muoveva sapientemente il pennello tra le dita, facendolo scivolare sulla tela e dando forma ai sogni. Ai suoi sogni ed ai miei.
Colori stesi sapientemente, mescolati tra loro, come in un’eterna danza che celebrava la bellezza della vita e della natura.
Steventon Hampshire, 30 Luglio 1958
Sono passati molti anni dal mio ritorno a Igraine.
Nel frattempo conobbi l’amore con Ethan che dal giorno del nostro incontro nella torre, tornò spesso a trovarmi.
Un anno dopo decidemmo di sposarci e l’anno successivo assaporai la gioia di diventare madre.
Mio marito acconsentì a vivere a Igraine : se ne era profondamente innamorato e durante i giorni del nostro amore, mi confidò che spesso aveva pensato a quel posto incantato desiderando di viverci.
Non ho più conosciuto quella perfetta felicità di quando ero bambina o forse semplicemente essa non esiste; anche ora posso dirmi felice, ma sono solo cambiate le condizioni che ed i tempi.
Steventon Hampshire, 3 Agosto 1958
Ieri , per caso, ho deciso di salire i 150 gradini della torre. In mano recavo una bottiglia di acqua che solevo recare con me, per alleviare l’arsura di questi giorni caldissimi. Mi ritrovai nuovamente nel mio passato e nei miei ricordi.
A volte, essi sono come le onde del mare che si abbattono sulla spiaggia: ti tengono avvolti e prigionieri al tempo stesso.
Non so come accadde, ma decisi di ravvivare quelle immagini e come per magia, presi i pennelli, li intinsi nel bicchiere che avevo riempito con l’acqua della bottiglia, mescolando i colori oramai incrostati e resi duri dagli anni.
Li mescolai tra loro per molto tempo, fino ad ottenerne una pasta fluida dai colori vivi e brillanti.
Essi iniziarono a stendersi sulla tela, mentre osservavo la mia mano che si muoveva, quasi come se fosse guidata da un’altra mano invisibile, tracciando contorni, ravvivando immagini di altri tempi, di una notte d’estate, mentre il cielo si oscurava e lampi e bagliori illuminavano la notte, riportando in vita quelle immagini color pastello che vedevo vive nella mia mente, mentre si materializzavano sulla tela.
Era come se quel tempo felice balzasse fuori dal dipinto per riprendere il suo legittimo posto nella storia, nella mia storia, che era stata fermata dalla follia degli uomini.
Ora finalmente, il dipinto di mio padre, era terminato.
Steventon Hampshire, 13 Dicembre 1958
L’anno volge al termine. Natale è alle porte.
Ripenso alla scorsa estate e al dipinto di mio padre.
Lo fisso intensamente durante queste interminabili sere di inverno, immergendomi in quella stessa atmosfera da sogno che è immortalata sulla tela.
Ora quel dipinto è posto nel grande salone dove sovente gioco con i miei bambini e dove è nostra abitudine raccoglierci in cerchio e leggere storie antiche che ci fanno tanto sognare. I miei bambini hanno ereditato da me, la stessa passione per la storia antica e come me sono dei sognatori. Ne sono contenta perché in loro rivivono i miei sogni, anche se spero che con loro la vita sia molto più equa di quanto non lo sia stata con me.
Non ho rimpianti, né debiti. Solo la sensazione di non avere vissuto giorni che mi sarebbero spettati di diritto. Non solo a me, ma a tutti quei bambini, che come me, sono stati costretti a crescere prima del tempo.
Questo è quello che a volte decreta l’insana follia dell’’uomo, tenendo in pugno i destini dell’’umanità.
E così, mentre gioco con loro, mentre leggo ad alta voce storie di dame e cavalieri innamorati e godo di questa perfetta felicità, volgo il capo ed osservo il dipinto di mio padre, mentre quelle immagini color pastello sembrano prendere vita e forma unendosi a questo presente, che si mescola al passato, in una danza del tempo senza fine.
Elisabeth

n.d.a. Il racconto è ambientato a Steventon sobborgo rurale dell’Hampshire, Inghilterra, e qui vi è un chiaro e voluto omaggio da parte mia, alla grande scrittrice inglese, che ho scoperto da poco, Jane Austen che nacque proprio a Steventon nel 1775.
Immagini color pastello
parte I
In questo racconto c’è molta parte di me. O forse solo immagini sbiadite di alcuni episodi della mia vita, che ho ripreso trasformandole e romanzandole tali da farle diventare un racconto frutto della mia fantasia.
In sottofondo, mentre scrivo “Perfect Day” di Lou Reed e “Turn the page” dei Metallica.

Steventon, Hampshire, 10 Giugno 1958
Stranamente, per quanto io torni indietro nei miei ricordi, il viso che rivedo non è quello di mia madre; di lei conservo solo un’ombra sbiadita ed immagini che come riflessi nell’acqua, danzano veloci nella mia mente.
Sono passati tredici anni dalla fine della guerra che mi ha portato via tutto: la mia giovinezza, la spensieratezza, mio padre e tutto ciò in cui credevo.
Non oso chiamarli sogni, perché questi evocano parole felici e magiche, mentre ciò che rimane nella mia mente di quegli anni è oscuro e tetro, così come lo sono gli incubi, che hanno cancellato i miei anni felici, trascinandosi dietro in una spirale d’odio, l’’affetto delle persone che ho amato…
Da piccola io e mio padre salivamo sulla collina che porta alla torre di Igraine, giocando a rincorrerci tra gli alberi e le siepi che stavano tutto intorno alle mura del castello, fin quando sfinito mi prendeva in braccio e senza quasi accorgermene mi adagiava sulle sue grandi spalle e mi portava a cavalluccio fino alla grande scala che conduceva alla torre.
La mia è stata un’infanzia singolare: mio padre aveva ereditato la tenuta di Igraine dai suoi avi e benché non si potesse permettere lo stesso tenore di vita di coloro che vi avevano abitato precedentemente, aveva deciso di rimanere tra le mura del vecchio maniero. Si diceva che esso, secoli prima, era stato preso d’assedio e che la popolazione a valle, si era rifugiata tra le mura, sfuggendo a morte certa. Infatti il castello si affaccia su un’ampia vallata, e secoli fa era cinto da alte mura che erano la sua difesa.
Mio padre dipingeva. Ore ed ore trascorse nella torre di Igraine, davanti alla finestra che ad ovest si affaccia sull’immensa vallata e da cui appariva un panorama mozzafiato.
I suoi dipinti riflettevano la luce ed i colori di quel paesaggio magnifico e guardandoli spesso mi perdevo in esso, sognando di volare con ali spiegate come l’aquila sulla volta del cielo.
Essi ci davano da vivere, modestamente, ma quel tanto che bastava da non farci mancare nulla. Mio padre, anni fa, era stato allievo di un famoso pittore francese, da cui aveva ereditato lo stile ed il talento e per anni aveva abitato a Parigi.
Era lì che finivano i suoi quadri e quasi sempre grazie al suo mecenate, riusciva a venderli e a guadagnarci una discreta somma.
Ricordo che un giorno, giunse fino a Igraine , una macchina bianca, da cui scesero una signora tutta vestita di bianco, insieme ad un giovane, il figlio, che avevano sentito parlare del talento di mio padre ed avevano deciso di spingersi fino al castello, per ammirare la sua arte.
Fu grande la loro delusione quando videro che in verità mio padre non aveva da offrire loro tutti i dipinti che essi immaginavano. In realtà alcuni di loro, li tenevamo nel salotto e pochissime persone, eccetto mia madre e mia sorella, avevano avuto la gioia di poterli ammirare. Essi erano meravigliosi, ma erano nostri.
In uno vi era dipinta mia madre, con un lungo abito di seta color verde smeraldo ed una collana di perle, tenuta voluttuosamente tra le mani. Le sue mani…erano magnifiche e mio padre le aveva dipinte talmente bene, che sembravano reali.
Di mia madre ho in mente quest’immagine e le poche volte che la richiamo nella mia memoria, la rivedo esattamente così. Voluttuosa e bella, mentre guarda mio padre che ne cattura la luce degli occhi e la consegna all’eternità.
Poi arrivò un inverno freddissimo e lei si ammalò: ero molto piccola e ricordo poco. So solo che qualche tempo dopo lei se ne andò per sempre. Non mi riesce mai di usare la parola morte, forse perché non ho mai voluto accettare che anche lei, così bella, potesse essere avvolta dall’oscuro manto dell’oblio che solo la morte reca con sé…o forse mi illudo, di poterla rivedere col suo vestito verde e le perle che le adornavano il collo….
Steventon Hampshire, 13 Giugno 1958
Ho divagato. Non era di lei che volevo parlare. Per quanto me lo imponga, lei viene spesso a visitare le pagine di questo diario. Ho dovuto smettere perché le lacrime mi hanno impedito di proseguire.
Mia sorella Sarah, di circa sette anni più grande di me, si sposò poco dopo che mia madre se ne andò e così io e mio padre rimanemmo soli a Igraine.
La ricca signora che era venuta a cercare un quadro da comprare, vide il dipinto che mio padre aveva appena terminato e che aveva posto in giardino, perché i colori si asciugassero, o forse come diceva scherzosamente, catturassero la luce necessaria, per renderlo ancora più reale.
Ridevo sempre di questa sua affermazione, ma in verità era proprio così: quando lo guardavo non potevo che fare il paragone con ciò che ci stava attorno e che mi sembrava prendere vita, tra i colori che danzavano sulla tela.
Le disse che non era in vendita e che non era terminato, che mancava qualcosa.
Lei gli disse che era perfetto così e che lo avrebbe pagato moltissimo se avesse acconsentito a venderlo. Ma non lo era, esso non aveva prezzo perché quella tela sarebbe rimasta a Igraine.
La signora lo ringraziò, gli allungò un biglietto da visita – nel caso ci avesse ripensato – e lo salutò. Il ragazzo che era con lei, non aveva proferito parola: doveva avere all’incirca la mia età e mentre la madre contrattava, se ne era andato a spasso per i dintorni, ammirato e deliziato, almeno così mi parve, per quei posti incantevoli. Mi salutò con una stretta di mano ed un “arrivederci” che mi lasciarono dentro una strana sensazione che allora non seppi definire. Alla soglia dell’adolescenza, non mi ero mai innamorata di nessun ragazzo o forse non ve ne era stata occasione. Quel giorno, salii a perdifiato tutti i gradini della torre, pensando a lui e desiderando di rivederlo.
Naturalmente non lo vidi più..o forse sì. Ma questa è un’altra storia.
Steventon Hampshire 27 Giugno 1958
Sono strascorsi diversi giorni dall’ultima volta in cui ho scritto sul diario. Non so per quali motivi, ma non ero dell’umore giusto per raccontare altro….
Nelle lunghe sere di inverno, quando le piogge interminabili scrosciavano vigorose, impedendoci anche di uscire per pochi istanti dal castello, i colori dei dipinti di mio padre illuminavano il salotto, riscaldato dal fuoco del camino.
Avvolti in ampie coperte di lana, stavamo a guardarli persi nei nostri pensieri.
Il dipinto che la ricca signora voleva acquistare, era tornato nella torre ed era rimasto là. Mio padre insisteva col dire che esso non era terminato e che mancava qualcosa.
Rivedo quei giorni, mentre alzo gli occhi al cielo ammirando le guglie maestose della torre, incantevole e sinistra al tempo stesso, vecchia di secoli e testimone di vite passate e presenti e chissà, mi chiedevo, future.
Non pensavo mai al futuro allora, vivevo di giorno in giorno felice del mio vivere, della mia vita semplice e forse monotona, ma per me perfetta.
Non ho ereditato il talento di mio padre: amo disegnare e a volte dipingevo accanto a mio padre, nella speranza di sentirgli tessere lodi che in verità arrivavano sempre.
Il mio non era un talento pari al suo perché nulla può essere paragonato alle pennellate con cui egli riempiva la tela. Piuttosto amo scrivere e fare scivolare i miei pensieri sui fogli di carta, il cui fruscio mi ha sempre donato un’immensa gioia ed una sensazione di benessere che poche cose sanno darmi.
Steventon Hampshire, 28 Giugno 1958
Ieri ho dovuto abbandonare i miei ricordi; i miei tre figli, con le loro urla schiamazzanti e gioiose, hanno richiamato la mia attenzione e da lì a lasciarmi trasportare dai loro giochi, è stato un attimo.
Ma oggi sono di nuovo qua, pronta ad immergermi nei ricordi della mia vita precedente.
Ricordo che un giorno, ero molto piccola, salii tutti i gradini della torre che portavano alla “sua stanza”: arrivai con gambe tremanti ed il cuore in tumulto.
Volevo regalargli un fiore che avevo raccolto nel prato; sapevo che mio padre apprezzava questo genere di doni – spesso essi finivano tra le pagine di un libro e una volta seccati, diventavano dei segnalibri bellissimi – ed io amavo fargli piccoli regali. Ero piccola, ma ogni occasione era buona per farmi abbracciare o semplicemente per potergli stare accanto mentre dipingeva. Non aprivo bocca: sapevo che lui era là, alla ricerca di un silenzio perfetto che lo ispirava a comporre sulla tela ciò che egli aveva già realizzato nei meandri della sua mente.
Perché un artista, prima ancora di creare, ha già impresso nella mente e nel cuore, ciò che man mano prenderà forma, sulla carta, su una tela, su un foglio di musica.
Io la chiamo magia dell’arte.
Prima che si accorgesse della mia presenza, lo trovai assorto, mentre fissava la tela, come se guardasse un altro mondo, tanto che mi chiedevo cosa i suoi occhi stessero guardando.
Per una singolare coincidenza mio padre stava dipingendo gli stessi fiori di cui tenevo un esemplare tra le mani, solo un poco più belli di quelli reali, almeno per me.
L’altro dipinto, continuava a rimanere là, in attesa della pennellata finale che però per una strana ironia della sorte, mio padre non diede mai...
continua....
