Briciole di vita

Maurice era solo, seduto sulla collina che guardava a nord di Marcinelle, in un pomeriggio assolato.
Un agosto al limite della sopportazione, poca acqua e tanta fame. Quella sempre.
Il nemico da combattere ogni giorno.
Maurice si asciugò la fronte e si guardò le mani ruvide e callose. Cercò di immaginare il suo viso..da quanto tempo non si guardava, ma lo specchio, ricordo di nonna Chloé, era andato in frantumi. Aveva pianto tanto quel giorno, non perché non avrebbe più potuto studiare quel volto che lo fissava ogni mattina da diciotto anni, quasi come se appartenesse ad un altro, ma perché esso gli ricordava il riflesso dei giorni passati, ciò che era stato, quando ancora una pallida ombra di quella che lui chiamava felicità, albergava nel suo cuore. Poi papà Matthieu aveva avuto quel brutto incidente in miniera e non aveva potuto più scendere in quell’inferno ed era toccato a lui, ancora bambino, prenderne il posto. Era questa la dura legge dei poveri e della miniera e la legge, là a Marcinelle non si discuteva.
A lungo aveva creduto di non avere diritto ai ricordi, ma quello specchio gli dava la sensazione, di risalire ad una parte del passato e per qualche istante di scrutarlo ancora finché non si era rotto mandando in frantumi scorci di una vita passata.
Fu un attimo fugace, poi Maurice tornò a concentrarsi nuovamente sulle sue mani da vecchio, annerite dal carbone della miniera che ogni giorno seppelliva la sua vita e le sue speranze da che aveva appena dieci anni. Dieci anni come quelli del bambino tutto ricci e merletti che passava tutte le domeniche sul calesse, accanto a genitori sorridenti e ben vestiti, attenti a ben figurare durante la messa e ad ostentare quella felicità a cui sembrava, che solo i ricchi avevano diritto.
Che ingiustizia la povertà, pensava Maurice, eppure la nonna gli aveva detto tanti anni fa, che davanti a Dio tutti gli uomini erano uguali; e allora perché mai nella casa del Signore i ricchi sedevano in file rigorosamente separate da quelli come lui?
**
Un raggio di sole gli trafisse il volto e pensò a lei…
Danièlle e la luce, Danièlle ed il suo sorriso che come un raggio di sole illuminava il suo giovane volto di eterna bambina, Danièlle che regalava briciole di vita e speranza al solo guardarla.
Un giorno gli disse:” Non pensarci Maurice! Così è la vita… A noi è toccato stare dall’altra parte e nascere poveri, ma che ci importa Maurice? Non abbiamo soldi né una bella casa come quella di Monsieur Lamarque, ma abbiamo i nostri sogni Maurice, le speranze ed il nostro amore…”.
Già… l’amore. Un giorno l’avrebbe sposata, perché l’amore di Danièlle era come un raggio di sole che illuminava il buio del suo cuore annerito dall’eterna notte della miniera di Marcinelle.
Danièlle… conosciuta nei sotterranei del mondo, così per caso, all’ombra di una candela che gli aveva rivelato, in quel giorno d’inverno, il suo volto.
Il contrasto tra la vita simboleggiata da Danièlle e la morte laggiù nella miniera, che si nutriva ogni giorno di misere vite sepolte nelle viscere della terra.
La miniera: una perfetta e macabra celebrazione di vite non vissute, corollario della fame che induceva gli uomini a chinare il capo e ad abbandonare le speranze. Perché là sotto pochi vivevano abbastanza per poter raccontare ai nipoti quell’inferno.
Eppure era là che aveva incontrato Danièlle ed era là sotto che vivevano le loro misere esistenze e quell’amore che non aveva nemmeno il tempo di assaporare la luce del giorno. Perché quell’inferno rubava loro tutto il tempo della vita e la sera, quando tornavano logorati nell’anima alle loro dimore, spesso non avevano nemmeno la forza per ritornare a vivere.
Briciole di vita non vissute, alla tenue luce di una candela, che illuminava la notte senza volto là sotto, nella miniera di Marcinelle.
Maurice e Danièlle, mille Maurice e mille Danièlle. Un intero universo di esseri umani che sognavano soltanto l’attimo in cui avrebbero di nuovo potuto tornare a rivedere le stelle.


Lo sento il vento del nord
che mestamente svolge il suo mantello
fluttuando nel cielo
e giocando con i nembi..
Ora
odo i suoi passi che
annunciano
l'inverno
mentr'io cerco e non trovo
nel fiume del tempo
i miei giorni d'amore
che ora paiono sì bui
come una notte senza stelle lucenti
mentre giacciono incolori
nel freddo dell'anima mia.
E li cerco ancora senza sosta
smarrendoli nei meandri della memoria
e afferrandoli mentr'essi fluttuano
nel vento del nord
sferzati dal suo
viaggio senza confini
mentre come creature alate
vann’ ora verso
remoti regni
in cerca di pace e
silenzio.
Eufemia 19 Novembre 2006
Se potessi fermare
gli attimi di questa vita
tornerei indietro
a quei giorni di settembre di tanti anni fa
che
raccontano di me
e della mia pelle che
sapeva di latte e
che come seta
avvolgeva il tuo corpo.
Ti ho insegnato a salire
i mille gradini delle
scale della vita
mentre ti sussurravo
durante le notti d’inverno
fiabe che narravano di mondi incantati
e lontani
e che tu immaginavi
con occhi spalancati e
sguardo assorto.
E solo quando mi accorgerò
che i tuoi giorni
non saranno più colorati di giochi
di carta
allora farò una magia
e riavvolgerò gli anni
come se fossero
gomitoli
e riporrò i mesi e i giorni
nella nostra scatola dei
desideri
dove continuerò a conservare per te
quei sogni non ancora vissuti
che con mani piene
d'amore
ti porgerò in dono
come se fossero fiori e caramelle
dei colori della primavera.

Eufemia 14 Novembre 2006

Non riusciamo a cambiare
le cose secondo il nostro desiderio,
ma gradualmente il nostro desiderio cambia.
Non abbiamo saputo superare l'ostacolo,
come eravamo assolutamente decisi a fare,
ma la vita ci ha condotti di là da esso,
aggirandolo, e se poi ci volgiamo a guardare
il lontano passato riusciamo appena a
vederlo, tanto impercettibile è diventato.
M. Proust
Nonostante tutto Francesca era partita. Ora quel treno la portava via dalla sua vita passata, dall'amore di un tempo, oramai perduto e che appariva come un'immagine sbiadita e dall'odio che aveva imbruttito la sua vita. Mille pensieri si affastellavano nella sua mente mentre pensava se aveva fatto la scelta giusta o se stava nuovamente andando incontro ad un'illusione. Eppure aveva bisogno di aggrapparsi ad una nuova speranza per ricominciare a vivere e Simone era arrivato nel momento giusto. Nella vita - pensava Francesca - ogni tanto bisogna mettersi in gioco per poter saggiare tutta la bellezza ed assaporare quell'effimera creatura, che gli uomini chiamano felicità.
Sfogliando pigramente il libro che aveva appoggiato sulle ginocchia, guardò fuori dal finestrino e le parve di scorgere nel riverbero di quella luce autunnale, il suo volto. Ed allora Francesca dopo tanti anni si vide quasi come se fosse la prima volta, e si scoprì ancora bella benché le pagine della vita erano scorse lasciandole segni indelebili sul volto e sull'anima.
Eppure...quel giorno di fine autunno, rivide in quell'immagine una giovane donna e lesse nel suo cuore una scintilla di luce che da troppo tempo si era spenta.
Una vita normale la sua, come tanti milioni di vite in questo mondo, anche se lei si credeva, con un pizzico di presunzione, un po' speciale e reclamava ancora un po' di felicità.
Simone lo aveva conosciuto per caso, in un convegno organizzato la scorsa primavera nella sua città e subito tra di loro era nata una complicità che col tempo si era rafforzata perché si erano cercati e piaciuti. Poi tante lettere e telefonate ed infine, ma sì...Francesca aveva deciso di andare a trovarlo nella sua città, senza aspettative, ma con un pizzico di curiosità e tanta emozione come non ne provava da tempo.
Poi mentre guardava scorrere dal finestrino del treno le verdi campagne toscane, chiuse gli occhi e si addormentò...
*
"Nonostante tutto sei venuta...Francesca", le disse Simone guardandola negli occhi.
"Nonostante tutto sono qui", le rispose Francesca sorridendogli.
Non parlavano, non ce n'era bisogno, perché a che servono le parole quando sono gli occhi a rivelare i sentimenti e a togliere il velo poggiato sul cuore?
A Francesca sembrava di risvegliarsi dopo un lungo sogno e dopo tanto tempo di ritornare a vivere. Avrebbe voluto cristallizzare quell'attimo e farlo diventare eterno..
Uscirono dalla stazione e tenendosi per mano - un gesto così semplice e così bello - Francesca seguì l'uomo che da tanto attendeva di rivedere. Lui la condusse nella sua auto e poco dopo si fermarono nei pressi di un giardino vestito dei colori dell'autunno, la stagione che Francesca amava maggiormente. E forse chissà, pensava Francesca, nulla accade per caso e anche quell'incontro doveva avvenire mentre le foglie lasciavano la loro dimora per addormentarsi nel lungo sonno invernale. Per una strana alchimia che solo l'autunno sa creare, preferirono ascoltare il rumore delle foglie che scricchiolavano sotto i loro passi, finché Simone ne raccolse una, di coloro rosso e che gli sembrò avere la forma di un cuore e l’ appoggiò lievemente nel palmo della mano destra di Francesca sfiorandole le labbra e cingendola in un abbraccio a lungo sognato….
*
Tu, tuuuuuuuuuuu, tu, tuuuuuuuuuuuuuu. Rumore di rotaie.
Francesca aprì gli occhi e solo allora si rese conto di avere sognato. Il treno si fermò poco dopo e la donna, afferrata di fretta e nervosamente la valigia, scese dalla carrozza. Si guardò intorno studiando i volti delle persone che sciamavano dal binario ed in ogni viso cercò di scorgere gli occhi di Simone, senza avere fortuna. Allora iniziò a pensare che forse si era sbagliata, che forse era stato un errore enorme venire in quella città lontana e che sì...aveva capito male e che era ancora in tempo per ripensarci, quando...
Una mano afferrò la sua, quella libera dalla valigia e la fece voltare. E Simone era lì come in quel sogno perfetto mentre le diceva:
"Sei arrivata finalmente Francesca...ho tanto aspettato questo momento… Francesca....".
E la donna, come in un déjà-vu, gli rispose:
"Nonostante tutto..nonostante tutto… Simone, io sono qui, da te...".
*
La storia termina qui e ciascun lettore potrà immaginare il finale che più gli piace. Nemmeno io ne conosco la fine benché Francesca e Simone siano nati, in una sera d’ autunno, dalla mia penna e dalla mia fantasia. Francesca è una donna e può essere ciascuna di noi; è una creatura che sogna l'amore benché la vita le abbia riservato poche illusioni e tante amarezze. Eppure a me piace pensare che in un giorno d'autunno, Simone le abbia donato realmente quella foglia rossa a forma di cuore e che nella vita esistono ancora cose belle e gesti semplici, anche se nulla è per sempre. A volte basta fermarsi un momento e assaporare la bellezza dei giorni di cui siamo sì attori, ma come diceva Pirandello, spesso attori inconsapevoli, che qualche volta, ma non sempre, si scelgono la parte da recitare.


Il racconto che è stato scelto e che è inserito nella raccolta lo potete leggere nel post successivo.

ci rileggiamo domenica
Eufemia

E mi volto
a guardare il cielo d’ottobre
così pigro e cangiante
velato dal manto delle nubi
che giocano a rincorrersi
come una rapsodia
di note birichine
mentre volteggiano
nell’aria che sa di odori antichi
e profumi di castagne
che annunciano
il lungo sonno
delle foglie
illuminate dal pallido sole
nel riverbero
dell’ultima luce
d’autunno.

Questa poesia è stata letta il 7 Novembre nell'emittente radiofonica Radio Alzo Zero in un'iniziativa letteraria dedicata all'autunno.

Eufemia 3 Novembre 2006
Per gli amanti della poesia giapponese consiglio di visitare il blog Ama no gawa di Etain: per altro a partire da domani e fino al 9 novembre, è possibile sul blog di Etain partecipare ad un renga di gruppo dal titolo "Sotto l'albero".