giovedì, 27 marzo 2008

M’immergo nei ricordi di quei giorni lontani, quando ero un giovane uomo che inseguiva sogni che forse si sarebbero avverati.

Me ne andai dal paese, con una valigia mezza vuota e col sorriso sulle labbra, in cerca d’avventura e di fortuna, eppure solo qualche anno dopo, capii che ciò che maggiormente mi avrebbe reso felice, era là, a portata di mano.

In America mi sposai, misi al mondo due figli che ora studiavano nelle università buone d’America ed avevo raggiunto tutte le mete che mi ero prefissato negli anni e forse ero andato anche oltre. Eppure in cuor mio, sentivo che qualcosa mancava alla mia vita.

E fu allora che decisi di tornare al mio paese, in cerca delle tracce di me stesso e di quello che ero stato.

Non sapevo nemmeno io perché volli fare quel viaggio e decisi di non farmi più troppe domande.

L’indomani, mi recai all’aeroporto e prenotai il primo volo per l’Italia.

 

**

Giunsi in un pomeriggio assolato di Luglio. La calura era terribile e mi pareva di soffocare.

Tutto era cambiato. Ai miei occhi di cinquantenne, ogni cosa pareva avere mutato posto e condizione. I miei occhi indugiavano sui mille particolari che erano rimasti ancorati nella mia memoria. La piazza…Ricordavo una pianta, proprio là a lato del bar di Ninuccio; dove era finita? E il bar dove da bambino mi divertivo a prendere a sassate l’insegna?

E le scale della chiesa su cui noi bambini, giocavamo a fare salti nei giorni della domenica? Me le ricordavo quasi completamente distrutte, ed ora la chiesa sembrava una cattedrale, tutta restaurata.

Era quello il mio paese?

I ricordi di quello che ero si accavallavano a quelli che i miei occhi vedevano in quell’istante.

Fu solo un momento. Mi voltai di scatto e vidi un anziano con la coppola calata sulla testa, il capo appoggiato sul bastone. Stava seduto ai tavolini, fuori dal bar, quello nuovo, sulla piazza.

Era una struttura moderna, con i flipper in bella mostra, i dispenser con dentro cheving gum d’importazione americana e sedie di plastica, al posto di quelle impagliate che mi ricordavo.

Mi resi conto di conoscere quell’uomo! Ma sì quello era Peppino, il barbiere! Peppino, Peppino, urlavo dentro di me! Sai quante volte mio padre mi ci aveva portato a tagliare i miei riccioli ribelli che se ne andavano dappertutto?

Mi avvicinai e lo vidi dormire, appoggiato col mento al bastone. Era molto invecchiato, forse poteva avere un’ottantina d’anni. Eppure innanzi ai miei occhi, era come rivederlo con le forbici in mano, mentre cantava.

Quelli sì che erano tempi! Erano i giorni della mia infanzia, quando ancora bambino non sapevo nemmeno che esisteva un paese sconfinato come l’America.

Allora mi sedetti vicino a lui, in attesa che si svegliasse. Era una caldissima giornata di Luglio e in giro c’erano poche persone. La gente di solito nelle ore pomeridiane riposava e solo dopo le cinque del pomeriggio, il paese andava ripopolandosi.

Decisi di attendere, volevo parlargli, domandargli se si ricordava di me, chiedergli notizie degli ultimi avvenimenti del mio paese. Oramai non avevo più alcun legame, eccetto alcune cugine di secondo grado ed ero giunto fin là, semplicemente spinto da un forte desiderio di ritrovare le mie radici.

In quel momento realizzai che ancora non mi ero cercato nemmeno una pensione dove alloggiare, ma allora non mi importava nulla e speravo solo che Peppino aprisse gli occhi per salutarlo.

Poi d’un tratto esclamò: “Alla salute forestiero!”, prendendo il bicchiere colorato di color rubino, che era appoggiato sul tavolo.

Forestiero! Quella parola mi confuse e quasi mi offese.

Non dissi nulla e mi limitai – seppur mestamente – a sorridergli.

“Chi siete forestiero? Non vi conosco e non vi ho mai visto”, mi disse Peppino.

“Sono di passaggio” - gli menti - “ viaggio per affari”.

Avevo gli occhi umidi. Peppino era l’unica persona che avevo riconosciuto, forse l’ultimo legame con quel che rimaneva della mia terra e neppure lui, sapeva chi fossi.

Ero uno stupido! Me ne ero andato che ero un ragazzo di quasi vent’anni, cosa pretendevo?

Mia moglie andava sempre dicendomi che negli anni non ero cambiato, che conservavo i tratti del volto di quando ero giovane e in base a quell’assurda convinzione, mi ero mostrato così stupido da pensare che un anziano potesse ancora riconoscermi?
Ero stato tanto folle da affrontare un lungo viaggio fino all’Italia? Per quale motivo?

Mi vergognavo di me stesso e della mia sciocca presunzione!

Fu allora che Peppino si fece portare dal barista due bicchieri di vino, rosso; faceva caldo e mi girava la testa, ma accettai di buon cuore quella bevanda che l’anziano aveva ordinato.

La bevvi e mi parve il vino migliore che avessi mai assaggiato. Era cose se il suo gusto e l’aroma invadessero ogni strato della mia persona e mi facevano riscoprire un sapore che avevo dimenticato in tutti quegli anni. Lo bevvi alla sua salute, seppur con difficoltà data la calura del giorno e poi feci per entrare e pagare; ma lui mi fermò.

Allora guardandomi dritto in faccia come tutto ad un tratto si fosse ricordato di me e mi riconoscesse, mi disse:

“Paisa’ bevi alla mia salute e a quella del tuo paese, sono vecchio assai, ma la memoria….quella non sbiadisce…e no..quella no”.

E così si alzò, rimise la coppola sulla testa e si allontanò, salutandomi con un cenno del viso.

Lo salutai con un cenno della mano e rimasi a guardarlo mentre si allontanava.

Gli occhi mi si riempirono di lacrime ed un grande dolore, come un’onda impetuosa, mi trapassò il cuore. Ma fu solo un momento. Capii allora che in tutti quegli anni avevo perso un’enorme ricchezza, che mai più avrei potuto riottenere: l’affetto ed il calore della gente del paese e della mia terra, dalla quale mi ero volutamente allontanato in cerca di fortuna e di felicità. E già..felicità!

Eppure in quel giorno di Luglio, la solidarietà di Peppino, quel suo riconoscermi senza quasi nulla volermi rivelare del mio passato, mi fece sentire l’uomo più ricco del mondo.

Fermati tempo

ed immergimi l’anima

tra le radici

recise del passato

sbiadito viandante

che ora cammina

nella memoria bendata

da verità

invano cercate

 

1) La poesia alla fine del racconto è mia e si intitola “Time”

Questo racconto è stato oggi pubblicato sulla rivista letteraria Il Refolo n. 10 di Marzo 2008, che si può scaricare gratuitamente in formato PDF qua.


 


Questo racconto è stato anche pubblicato sul sito di narrativa e poesia
Domist.net qua

 

 

venerdì, 21 marzo 2008

 

 

Il fiume scorre silenzioso, ancora una volta in questa notte d’inverno. Il freddo impedisce ai pensieri di volare laggiù tra i sogni, alla ricerca di calore e di colori,  come quelli dei  fiori in Primavera.

La nonna prepara una zuppa di latte e miglio, davanti al fuoco le cui fiamme disegnano sul mio volto, strani ghirigori che paiono

animali in cerca di riparo.

Là fuori non vi sono tracce di vita, tutto è nero, come il buio che investe ogni cosa.

Lo abbiamo trovato col volto coperto di neve, a bocconi sul terreno; un uomo con una strana divisa che non conoscevo.

Mio nonno Sergey lo ha condotto nell’isba* e lo ha curato per giorni interi, finché una mattina  non l’ho trovato seduto al bordo del letto.

Fissava il mio volto, confuso, ponendosi chissà quali domande.

Nonna Dana lo ha fatto sedere a tavola e gli ha offerto una zuppa di farro e latte.

“Mnié khocetsia iestj” , ci ha detto (Ho fame).

Sono state le sue uniche parole , d’altra parte non credo capisca molto  della nostra lingua.

I giorni scorrono lenti. Antonio, questo è il nome del soldato italiano, ha di nuovo il volto di un essere umano. Nulla lascia intendere che nemmeno dieci giorni fa la morte se lo stava portando via.

A volte mi sorride, chissà cosa vede in me…Forse io gli ricordo qualcuno.

Poi un giorno è partito. Ci ha dato la mano, dicendoci

“Spaziba” (grazie!).

Lo vidi scomparire nel bosco, lungo il fiume Don, mentre la neve continuava a cadere, in una fredda mattina.

Mi ricordai di quel giorno in cui mio padre lasciò l’isba per combattere il nemico italiano. Forse aveva il volto di Antonio o forse chissà…

Tanti giovani che non videro più casa, famiglia. Tanti volti senza nome e senza voce. Solo silenzio a coprire la morte.

Non rividi mai più mio padre, non rividi mai più Antonio.

Quella sera iniziai a scribacchiare sulla cenere queste parole  a cui non diedi mai un seguito:

 

“Se tu non parli
riempirò il mio cuore del tuo silenzio
e lo sopporterò."

Racconto ispirato al libro di Mario Rigoni Stern "Il sergente della neve", Einaudi 1965.

Il verso finale è di una poesia di Tagore.

*L'isba (in russo изба) è una tipica abitazione rurale russa, a uno o due piani, interamente costruita di tavole di legno e di tronchi d'albero

*

Buona Pasqua a tutti voi!!!!

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mercoledì, 19 marzo 2008

Poesia in metrica tanka e a verso libero

(il renga è di Eufemia, la parte in verso libero di Brassen)

http://ilvolatore.splinder.com/

E c'era il sole

canzoni strimpellate

In Via del Campo

 

racconta la sua  gente

e scampoli di vita

 

D'amore e guerra

e di bocche di rosa

era d'Inverno

 

Un disco di vinile

che gira senza tempo

 

Caduto  a terra

a chiedere perdono

è solo un uomo

 

I fiori colorati

veglieranno i sogni tuoi

 

Anime salve
smisurate preghiere
e storie sbagliate

Guarda Tito
inchiodato e crocifisso
dal Dio potere

Feconda una donna
narra la sua verginità
e sarai un uomo di fede

Ricorda Marinella
violentata sotto le stelle.

Sotto i Cipressi
finimmo tutti
sorridenti e piangenti

Adesso siam vento
nel ricordo perduto.
e per sempre svenduto

EufemiaG&Brassen

Potevano essere due poesie distinte, ma abbiamo pensato che fosse bello poter mettere a confronti pensieri e parole, seppur profondamente diverse poeticamente, da dedicare al grande Fabrizio De André. Ringrazio l'amico Pietro per questo esperimento poetico

Un abbraccio!

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venerdì, 14 marzo 2008

 

Piccoli passi su prati

Senza fiori

che colore avranno i petali?

 

Disegni colorati

appesi al chiodo d’un fucile

disumana la follia

dell’uomo senza amore

guerre e mine le padrone

e ladre di bambini

 

E mentre sorge il sole

 le silenziose stelle

a sognare  girotondi

nel cielo senza luci

 

Sulla sabbia solo orme

a disegnare parole

spazzate via dal vento

 nella piazza senza voci

volati sono i sogni

 

E va, il vento va,
La pace tingerà
Di sogni tutto blu
Del cielo di Beirut.*

Il verso finale della canzone così come il titolo della poesia, sono tratti dalla canzone - che anni fa venne presentata allo Zecchino d'oro - "Il cielo di Beirut"

 Oggi tutte le scuole d'Italia, compresa la scuola dell'infanzia dove insegno io, hanno festeggiato la settima giornata della Pace. I bambini hanno fatto disegni, hanno cantato bellissime canzoni e ogni bimbo ha sventolato la Girandola della PACE!

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sabato, 08 marzo 2008

 

Macchie di china

vecchi fogli ingialliti

dimenticati

 

sbriciolati ricordi

coperti di polvere

 

Il sole fugge

e si inchina  al dolore

nei giorni lenti

 

tu, donna madre figlia

osservi volti stanchi

 

Dolce profumo

di Marzo capriccioso

d'un giallo fiore

 

scarabocchi sui vetri

spicchi d'azzurro cielo

**

-EufemiaG -

 Questo renga è liberamente ispirata alla meravigliosa poesia di Nuvolechiare

il cui testo riporto qua sotto! Grazie Lella!!!

E' già domani

col freddo che ti piomba addosso
e il fango alle caviglie
che attanaglia questa vita fiacca
Domani di polvere sui vetri
e tende sfilacciate alle finestre
di scampoli d'attese sospirate
e appunti della vita scritti a china
Ritornerà lo spicchio azzurro
in mezzo a questo cielo grigio
e quel profumo dolce di mimosa
accenderà di sole un giorno nuovo
ma ancora soffia il vento di ponente
e la schiarita tarda ad arrivare
 
Lella - Nuvolechiare
 
 
 
In ricordo del grave   incendio avvenuto nel 1911 a New York, nella Triangle Shirtwaist Company dove morirono 140 donne in prevalenza italiane ed ebree.
giovedì, 06 marzo 2008

Muto silenzio

disperso nella notte

che copre il volto

 

Un tempo fu un Re amato

nel suo mondo perfetto

 

Volge al termine

ed è l'ultimo viaggio

verso l'isola

 

tra la nebbia di Avalon

che cela sogni e magie

 

Inghiotte sogni e magie

l’antica Terra

ch’ora muore

tra le nebbie della notte velata

vestale e dea

d’un ultimo viaggio

d’un tempo perfetto

 

(la prima parte della poesia è in metrica tanka, la seconda a verso libero)

Le immagini sono tratte dal film "The mist of Avalon"  diretto da Uli Edel  del 2001 

Postato da eufemiaG In ---> le mie poesie, fantasy, renga
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