Canto di Geisha

E' un canto soave
- note d'inverno e tu -
cos'hai nel cuore?
Son segreti immolati
all'eterea bellezza
Fruscio di seta
di tessuti preziosi
oro d'Oriente
abbagliante splendore
d'una vita sepolta
Volto di neve
sull'infelice anima
occhi nascosti
fatue ombre silenziose
ancora s'ode il canto...
~
Eufemia

Lei si dipinge il viso per nascondere il viso. I suoi occhi sono acqua profonda. Non è per una geisha desiderare. Non è per una geisha provare sentimenti. La geisha è un'artista del mondo, che fluttua, danza, canta, vi intrattiene. Tutto quello che volete. Il resto è ombra. Il resto è segreto
(dal film Memorie di una Geisha)
L'anima dei poeti

Una lanterna
mossa dal tumultuoso
vento del mare:
abitano là i sogni
e le voci dei poeti?
Come un'amante
dalle vermiglie labbra,
dal niveo volto:
prigioniera l'anima
d'un tempo che mai muore
Ora silenzio:
di notte stan sospese
solinghe stelle
d'un core senza posa
sussurrano i segreti

~
Eufemia
Questa poesia è stata pubblicata su ArteInsieme
il 23 Ottobre qua

Oggi, 30 Ottobre, mi è stato comunicato che la poesia è stata scelta come brano della settimana, dal Multiblog "LaMenteeilCuore", con uno speciale commento dell'amico Elassea e che riporto interamente, ringraziando la Redazione de La MenteeilCuore e l'autore della recensione:
La stanza di Ulisse

Si possono percorrere milioni di chilometri in una sola vita
senza mai scalfire la superficie dei luoghi
né imparare nulla dalle genti appena sfiorate.
Il senso del viaggio sta nel fermarsi ad ascoltare
chiunque abbia una storia da raccontare.
(Rubén Blades)
**
La chiamavano la capanna di Ulisse. Si trovava laggiù nella baia, a pochi chilometri dal villaggio dei pescatori.
Era vecchio Ulisse e con la faccia rugosa e abitava là vicino al mare.
Era gentile Ulisse e potevi scendere giù alla baia e osservarlo mentre muoveva freneticamente quelle mani senza tempo, che preparavano le enormi reti pronte per essere buttate sulla barca.
Non parlava molto Ulisse perché per lui parlavano i suoi occhi ed il suo sorriso. Di lui si sapeva poco e nulla, anche se su al villaggio la gente diceva che tanto tempo prima, aveva solcato i mari e aveva vissuto la vita del marinaio. Ma erano solo storie raccontate da sempre.
Poi un giorno era tornato nella capanna in fondo alla baia ed era rimasto là . Così se lo ricordavano tutti. Così lo ricordo io.
**
Era un giorno di Luglio. La sabbia rovente scottava i miei passi: piedi nudi sulla rena baciata dal sole, ed io, che correvo a perdifiato, ridendo insieme ai compagni del paese.
Mano nella mano, uno tirava l’altro, spingendoci, chiamando il nostro nome, che si perdeva nel vento d’Estate. Eravamo bambini, ci piaceva camminare, per ore ed ore, esplorare l’isola dei nostri padri, perderci dietro le barche ormeggiate sulla spiaggia e scrutare quel vecchio, che ogni giorno andavamo a trovare.
Mi ricordo quella mattina: noi bambini eravamo scesi giù alla baia e lo spiavamo da lontano.
Ci eravamo avvicinati alla sua capanna in attesa di un suo cenno, un gesto ripetuto nei giorni e chissà, forse negli anni, quando Ulisse, ci guardò sorridendo e ci fece sedere sulle seggioline di paglia che ogni volta , preparava per noi.
Allora per magia, tutti facevamo silenzio, bocca chiusa e sguardo sognante, ed ascoltavamo le storie di quell’uomo che sembravano essere uscite da un romanzo d’avventura, di quelli che ogni tanto ci leggevano a scuola.
E Ulisse andava indietro negli anni e raccontava di viaggi di mare, di città e tesori meravigliosi e di un uomo solo, coraggioso ed intrepido a cui il Destino riservò alla fine dei suoi giorni, solitudine e dolore. E mentre raccontava questa storia, chissà magari ripetuta mille volte, camminava sulla sabbia, a pochi passi da noi, poi si fermava e con gli occhi sembrava fissare chissà quali mondi perduti e dimenticati. Era come se anche lui fosse in cammino, accanto all’antico eroe, in un viaggio a ritroso nel tempo.
“Ancora ancora!” , urlavamo noi bambini, ma Ulisse ci diceva “Domani domani”. E noi allora tornavamo il giorno dopo e così per tutta l’estate, mentre l’uomo del mare rivedeva negli occhi di noi bambini quelli dei nostri padri che anni prima, si erano nutriti delle stesse parole profumate di storie leggendarie, mentre lui trasformava ciascuna di essa in sogni che come onde si infrangevano sulla spiaggia, in un movimento eterno.
Poi in un giorno senza sole, che preludeva alla fine dell’estate, lo cercammo invano.
“Ulisse, Ulisse”, urlavamo ma egli non rispose ai nostri richiami. Ulisse non c’era più, Ulisse se n’era andato, Ulisse…
~
Passarono i giorni, i mesi e gli anni ed Ulisse divenne una leggenda come le meravigliose storie che ci raccontava quando eravamo bambini.
Pensavo a lui ogni tanto e mi chiedevo dove fosse. Non lo seppi mai, anche se ogni tanto di notte, mi rivedevo fanciullo mentre a piedi nudi correvo sulla sabbia e facevo a gara con i miei amici, per sedermi sulla seggiolina più vicina a lui.
Chissà… Forse Ulisse era tornato sulla sua nave, la nave dei suoi sogni dove – un giorno ci raccontò – esisteva una stanza segreta che solo lui conosceva e che aveva una parete a forma di onda. E che lui la cavalcava quell’onda, bianca come un cavallo e si lasciava trasportare da essa, immaginando di fare viaggi meravigliosi. Camminando di continuo, senza mai fermarsi, per giorni ed anni, fino alla fine del mondo. E che un giorno aveva trovato tutti i tesori della terra e li aveva portati in quella stanza, al riparo dagli uomini che li cercano per tutta la vita senza mai trovarli.
Mi piaceva allora pensare che Ulisse era partito per un altro dei suoi meravigliosi viaggi per riaprire quel magico scrigno e poterci regalare ancora i suoi sogni profumati di mare.
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Ho letto questo racconto, domenica 11 Ottobre,
alla maratona di narrativa, tenutasi alla biblioteca di Corsico,
dal titolo In cammino

Per l'occasione ho il piacere
di riproporre il brano anche sul blog.