domenica, 12 luglio 2009
Prima che cadano le ultime foglie


(nell'immagine Nicole Kidman che interpreta Virgilina Wolf nel film "The hours")

 

Racconto liberamente ispirato a The hours, film che rievoca la figura di Virginia Wolf qualche giorno prima della sua morte.

-   

«  Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se chiunque avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi. V. »



 

 
 

Guardo il sole e vedo solo il riverbero di una tenue luce che si infrange dietro alle ultime  foglie di quercia.
In fondo al viale le betulle, sembrano fanciulle in fiore mentre danzano lievemente per affascinare i nuovi innamorati. Ovunque si respira amore e malinconia e si sentono voci. Se chiudo gli occhi, posso ancora sentire il canto del vento che soffia tra i rami e che alle mie orecchie, giunge come una melodia lontana e antica. Sono certa di conoscerne le note e stasera, quando le mie dita lunghe e bianche scorreranno sul pianoforte, proverò ad intonarne qualche verso. Come una poesia, che racchiusa nella mia mente, vaga solitaria alla ricerca di parole, cadute una dopo l’altra, sulla brulla terra, ove le orme dei miei passi s’imprimono  nitide. Come a dire, che qua c’ero io, e ci sarò anche tra cento anni, perché la terra custodirà il ricordo di quello che sono stata e di come ero oggi.
L’amore, che tu mi donasti in maniera incondizionata e senza pretese, come a seguire ogni mio respiro, ogni mio pensiero, anche il più intimo racchiuso nella mia mente confusa, è solo una parola che ripeto ad ogni passo.
Mi rivedo come ero mille anni fa, una bambina dai tratti malinconici che sognava di diventare un giorno  felice. Poi arrivasti tu e mi prendesti per mano per camminare insieme. Sono lontani quei giorni, commisti nella memoria come tante fotografie che si vanno consumando alla luce, un giorno dopo l’altro. Ora le vedo nitidamente, e subito dopo le stesse immagini, scompaiono come nebbie nella brughiera.
Triste è il volto del giorno, su cui l’autunno va imprimendo  i suoi tratti e i suoi segni. Ogni cosa qua intorno mi dice che l’estate volge al termine, come ogni anno, come ogni secolo. Le foglie cadono a cercare vigore nell’abbraccio dei prati che ne culleranno i sonni, prima di un altro risveglio, addormentate mentre tutto intorno si fa freddo e silenzioso.
Sto cercando un’ultima immagine, solare e perfetta da portare con me prima della fine, del tuo amore, che non ho compreso e che ho fuggito per tutta la vita.
Ora quell’immagine credo di averla finalmente trovata e la fisso con sguardo implorante ed avido, come a chiederle di fermarsi un poco nello spazio dei miei ricordi. Solo un poco, prima che cadano le ultime foglie.

 

 
 

Tua Virginia



Virginia Wolf nacque a Londra il  25 gennaio 1882 e morì suicida a  Rodmell, il  28 marzo 1941).

Le parole all’inizio del racconto, scritte in corsivo, fanno parte di una nota che Virginia scrisse al marito, prima di morire.

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giovedì, 19 marzo 2009
Ultimi fiori d'Autunno

~ A mio padre ~



 C’era un sole caldo quel pomeriggio d’Autunno ed un silenzio irreale, rotto solo dal tonfo della terra che cadeva dalla ruspa.
Era strano, in quel momento, stringere tra le mani un libro di canzoni, che parlavano d’amore e di vita, là ove la vita se ne era andata via per sempre.
Una giovane donna, dal volto triste e malinconico, guardava la folla dei presenti, raccolti intorno alla brulla terra, che avrebbe accolto l’ultimo viaggio di quell’uomo.
Mestamente la folla dei presenti, si era radunata intorno ad una donna, che piangeva sommessamente, a volto basso, soffocando le lacrime che le rigavano il volto.
Poi se ne erano andati via via tutti, e su quel pezzo di terra arida , erano rimaste solo ghirlande di fiori, a colorare di speranza un luogo ove la gioia era da sempre stata bandita.
Una giovane donna, attese quel momento con una sorta di liberazione e guardandosi intorno, vide che non era rimasto nessun altro, al di fuori dell’uomo che le stava accanto e che le teneva un braccio sulla spalla. Nessuno dei due parlava.
La donna si flesse e raccolse una margherita bianca che spuntava dal mucchio dei fiori di campo, che formavano una piccola corona, con sopra incisi due nomi, il suo e quello dell’uomo che amava.
L’alzò verso l’alto e la guardò attraverso la pallida luce del sole d’Ottobre, quasi a volere cogliere il gioco d’ombre che la rendeva così viva e meravigliosa, in quel luogo di dolore.
D’un tratto aprì il libro che stringeva tra le mani e ripose la margherita tra le pagine, con cura e dolcezza; prese a scorrerlo, finché non si fermò e con decisione, strappò un foglio. Lo lesse avidamente, come a voler imprimere per l’ultima volta nella memoria di quel momento, le parole che vi erano stampate, e subito dopo lo fece scivolare dalle mani.
Con cura lo adagiò sui fiori, che sistemò come se fossero un mantello, e ricoprì il foglio strappato. Poi prese una manciata di terra e la fece scorrere, lentamente, come se fosse sabbia del mare, dal palmo delle mani. Era certa che le parole che erano impresse su quella pagina, avrebbero raggiunto suo padre, sussurrandogli l’amore che per tanti anni, non aveva avuto il coraggio di manifestargli, raccontandogli di lei, dei pochi anni che erano stati insieme e dei ricordi che a lui la legavano.
L’uomo che le stava accanto, l’abbracciò e la condusse lontano dalle ombre che malinconicamente, prendevano il posto dei colori del giorno.
Nella mente, custode di ricordi, erano rimaste solo parole d’amore, d’una canzone scritta tanti anni prima e scivolate via insieme agli ultimi fiori d’autunno.
~ A Mio padre, ovunque egli sia ~
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mercoledì, 12 novembre 2008

 E lo affidai alle onde del mare

~  a Lucrezia Borgia ~

Avevo riportato dalla spiaggia quel libro, ma mi pesava trovarmelo in casa: mi dava l’impressione di conservare indebitamente un segreto.

Me lo aveva regalato mio padre, che aveva una grande passione per la storia di quel periodo; era stato il suo dono di compleanno, insieme ad un biglietto anonimo con su scribacchiato “Buon compleanno”.

Lo avevo riposto nella libreria, insieme ai mille volumi accatastati uno sopra l’altro che da tempo attendevano di essere presi in considerazione. Ma per me era uno strano periodo e oltre agli impegni scolastici, che mi lasciavano poco fiato, l’unica cosa che mi interessava,  era scrivere sul  mio diario, rifugio dei miei pensieri e segreti. Non che ne avessi molti, ma a quell’età disgraziata, ogni cosa, anche la minima sciocchezza, si rivestiva di quell’alone di mistero tale per cui si ritagliava un posto d’onore tra le pagine consunte della mia vita.

Una penna bic dall’inchiostro azzurro,  era capace di fare volare la mia fantasia, di farmi diventare un possente guerriero o una fanciulla del regno delle fiabe, o semplicemente di farmi diventare come avrei sempre voluto.

Poi un giorno presi lo zaino e decisi di andare sulla spiaggia; mi piaceva assaporare l’aria salmastra di inizio Primavera, dove gli unici compagni erano gli aironi che volteggiavano sull’acqua del mare. Guardavo i ciottoli sparsi sull’arenile  e immergevo le mani nell’acqua ancora fredda dell’inverno. Poi con il telo di mare con su le farfalle viola, iniziavo a godere dei primi raggi di sole della stagione che maggiormente amavo e mentre assaporavo il calore della giornata, chiusi gli occhi e non pensai più.

**

 

La vidi nei miei sogni, bella come poteva essere solo una donna appartenuta al passato. Una veste bianca e una chioma lunga che le ricadeva sulle spalle. Aveva un volto pallido e triste, eppure i suoi occhi brillavano di fierezza e intelligenza.

Cercai nel fiume della memoria i contorni del suo viso, ma non lo trovai; mi pareva di non averla mai incontrata, se non in quel sogno di inizio Primavera.

Quando mi svegliai, la prima cosa che feci fu quella di prendere il diario dal mio zaino e allora…rovistando nella babele di cose stipate nel suo interno, lo trovai.

Il libro di mio padre, con su un volto di donna, malinconico, seduta su un letto, con una veste bianca ed una lunga chioma ad adornarle il viso. Mi parve bellissima e lontana.

Lucrezia Borgia, un nome che avevo letto da qualche parte, sui libri di scuola, un nome che mi piacque immediatamente. Aprii il libro e sfogliai furiosamente le pagine alla ricerca di qualcosa. Non seppi dargli un nome, forse la mia era semplice curiosità, quasi come se mi attendessi che quella donna spuntasse dalle pagine del libro.

 

" Quivi si racconta

di Madonna Lucrezia

a cui l’historia

non rese equo tributo.

Bella fu e regina

amata e odiata.

A vent’anni non aveva più modo di illudersi

né d’avere confidenze

nemmeno con se stessa.

L’arrivo a Milano

il ballo dei veli

amor le fu negato:

vita d’ombre e di tenui luci

nei tumultuosi giorni.

Un palcoscenico arduo

a lei fu assegnato

là ove l’umana essenza

fu posta in ombra da giochi di potere

e infide trame.

Giovine morì

senza amore,

 patendo gli stessi dolori

de la povera gente

alla quale mai appartenne

e di cui forse desiderò

per un istante

la stessa sorte,

lontana da trame e intrighi

e finalmente donna”.

 

 

 

Era solo un prologo, ma mi sembrò interessante. Mi ripromisi di tornare a leggere il libro, lo riposi nello zaino e tornai a casa.

 

Quella notte la sognai ancora; camminava in  un giardino, in un castello.

Allora mi svegliai di botto e afferrai nuovamente il libro, e lessi queste parole:

 

 

La incontrai nel giardino della Rocca, a Gradara, dimora di infausti avvenimenti. Là l’amore degli sfortunati amanti, Paolo e Francesca, era come un’eco di morte che soffiava come un vento di gelido Inverno.

Ella era in compagnia di Madonna Giulia, la favorita del papa. Le scorsi, mentre con grazia, raccoglievano fiori per farne ghirlande. Giocavano a porsele sul capo e ridevano poi come fanciulle innamorate. Ma il destino scelse altro e Lucrezia non conobbe quella specie d’amore che solo  poche possono incontrare: un destino avverso per lei decretò una strada diversa, mentre uomini scaltri  avevano posto sul suo viso, un’orrenda maschera di potere.

L’amai subito pur sapendo che mai mi sarebbe appartenuta: figlia di un papa, destinata ad un uomo che non  l’avrebbe amata, quel Giovanni Sforza, col quale quel  papa stesso  aveva firmato un vantaggioso contratto matrimoniale.

Un’altra donna sacrificata alla brama di potere di uomini scaltri e senza pietà, che non conoscono amore. Ma cos’è l’amore, se non una fugace ombra della notte?

Era scesa la sera.

Adriana e Giulia l’avevano pettinata come una regina, vestita con un abito di broccato bianco, con ricami d’oro, ornata di diamanti e smeraldi. Boccoli sistemati con fili di perle, le cadevano liberamente sulle spalle arrivando sino alle anche. Fui rapito da cotanta bellezza.

 

“Te lo chiedo Madonna Lucrezia..

allontana da me il ricordo

della tua bellezza

che mai fugge dalla mia memoria

Come una spada

 

dall’affilata lama

recide ogni vena

del mio cuore.

Meglio sarebbe perdere la vita

che bere questo veleno

servito dal più orrendo speziale

sul mio letto di morte”.

 

L’amai sempre da lontano, tra sguardi furtivi e risate sguaiate di coloro che le stavano accanto e che ne richiedevano favori.

Quella sera era bella come il sole e la luna, ma il mio cuore morì prima che l’ultima stella si spegnesse per sempre.

 

**

 

Richiusi  libro e lo riposi nella libreria. Ero avvinta da quella storia che mi iniziava a tenere incollata sulle pagine di quel libro  e ancor più  dalle parole di quell’uomo che l’aveva amata. Iniziai a pensare che non si era mai rivelato a lei: ancora  non avevo trovato tra le pagine  il suo nome. Era un romanzo e come tale poteva essere una storia di pura finzione…Eppure, quell’amore non corrisposto, di cui forse la bella Lucrezia non sapeva nulla, mi sconvolgeva e mi faceva allo stesso tempo sognare.

Avevo un unico pensiero, tornare a leggere di Lucrezia, rapirne i segreti e arrivare alla fine.

 

Il giorno dopo mi collegai ad internet e feci una rapida ricerca su Google: inserii semplicemente le parole “Lucrezia Borgia”.

Erano tantissime le notizie che potevo raccogliere, ma esse erano inconsistenti e prive di emozioni. Ad altro miravo, ma non riuscivo a trovare quello che cercavo.

Seppi che Lucrezia era morta giovane, aveva solo 29 anni. Mi  sentii triste per lei, come se fosse stata una persona a me familiare. Potei solo immaginare per un attimo l’agonia della sua morte, avvenuta per parto. Allora era facilissimo morire mettendo al mondo un figlio ed anche a Lucrezia toccò questa sorte funesta.

Nessuna notizia dell’uomo che l’amò, nessuna pagina a lui dedicata, nulla di nulla.

Allora ripresi la lettura e mi immersi in un mondo lontano di centinaia di anni.

**

Il silenzio nella rocca è come un urlo che irrompe nella notte profonda, ne ha la stessa forza e la stessa potenza. Solo le fiamme delle torce illuminano i contorni delle statue che si incontrano negli ampi corridoi.

Tutto tace e gli abitanti del castello, dormono il sonno dei giusti.

Là riposa la mia amata, accanto alla quale giace un uomo che è interessato solo al suo corpo che mai potrò nemmeno sfiorare. Mai potrò tenere tra le mani i suo piccoli seni ancora infantili, né accarezzare la seta della sua chioma sciolta sulle vesti notturne.

E mai potrò donare un bacio sulla sua bocca desiderata.

In quest’orrenda notte, ove ancora mi pare di udire i gemiti d’amore di Paolo e Francesca, l’unica compagnia è il sussurro del vento che spazza via le foglie cadute nel giardino.

Un’ altra notte solitaria, accoglierà i miei tormenti senza nemmeno più sogni.

**

Vivevo per leggere quelle pagine, era il mio unico pensiero ed insieme il mio tormento. Amavo stare sulla spiaggia e assaporare ogni parola che a volte rileggevo più e più volte.

Mi ero innamorata perdutamente di quell’uomo che amava nell’ombra e che agli occhi di Lucrezia nemmeno esisteva.

Dovevo svelarne ogni contorno e cercare di cambiare la storia, poiché non potevo tollerare il peso di quell’amore che per me era diventato un’ossessione. Avrei voluto che mio padre non mi avesse mai regalato quel libro, avrei voluto gettarlo nel mare per non rivederlo mai più.

Poi però lo sfogliavo e tornavo là ove avevo interrotto la lettura; le pagine volgevano al termine, così come la storia di Lucrezia.

 

**

La sua porta era socchiusa. Non potei farne a meno e la spiai. La vidi seduta sul letto, bella più che mai, i capelli a caderle sulle spalle ed una camicia bianca che donava luce alla sua pelle. Poi si alzò in piedi e mise le mani sul volto. Piangeva.

Non tollerai altro e andai via.
Quella sera fu data notizia della nuova gravidanza di Lucrezia. E questa volta fui io a piangere.

**

 

Ero giunta alla fine. Poche manciate di pagine e poi tutto sarebbe finito. Quale sarebbe stata l’epilogo? Quale? Potevo io cambiare il corso della storia?

Potevo davvero?

 

**

La levatrice le asciugò la fronte imperlata di sudore. Aveva il volto cinereo e del colore della morte.

Sapevo che stava per lasciare per sempre la dimora terrena e che presto la sua anima sarebbe spirata. Anche lei, la donna che avevo amato per tutta la vita, anche lei…non era sfuggita all’orrenda schiavitù del sonno eterno.  Non lo avrei mai creduto, poiché ai miei occhi, ella era come una dea immortale.

Ed invece come un fiore reciso, spirò in un mattino di Giugno.

Era  giunta per me,  l’ora di andare e di lasciare al dolore e alla morte, la  celebrazione del loro trionfo.

 

**

Richiusi il libro e decisi che non lo avrei letto mai più, nemmeno sfogliato. Al mare lo avevo iniziato, e là su quella spiaggia, lo avevo terminato. Era come se avessi tra le mani una pietra pesantissima che mi era stata poggiata sul petto. Mi trovai la fronte imperlata di sudore e lacrime mi rigavano il volto.

Avrei voluto essere Lucrezia, mi sarei accorta dell’amore di quell’uomo e avrei fatto di tutto per ricambiarlo. Perché morire così? Perché?

Ed era una storia vera o romanzata? Allora non mi importava. Sapevo solo che Lucrezia era morta sola, senza l’amore di un uomo che le tenesse  la mano e le sussurrasse parole di conforto.

Fu un attimo: presi il libro e lo affidai per sempre alle onde del mare.

 

**

 

Sono passati tre anni da quel giorno ed ogni tanto ho ripensato a Lucrezia. Qualche volta  mi  pare ancora di vederla seduta su quel letto, mentre si porta le mani sul viso. Ho cambiato il finale della storia, almeno nella mia mente. Ho immaginato che quell’uomo avesse avuto il coraggio di entrare nella stanza, e le avesse accarezzato i capelli. Lucrezia lo aveva abbracciato e  gli aveva detto che si era accorta da tempo di lui, ma che non poteva ricambiare il suo amore. Non ho pensato ad altro, poiché amo immaginare che la loro storia continui ad assumere quei contorni di purezza, che solo gli amori tragici possono avere.

 

Un giorno poi decisi di recarmi  a Ferrara, al Monastero delle Clarisse, ove riposano i membri della famiglia Estense. E là vidi la sua lapide e immaginandola con vestiti di broccato d’oro,  la rividi come in quel giorno di Primavera, sorridente come una fanciulla, mentre si ornava i capelli con ghirlande di fiori.

 

 ~

Questo racconto è stato pubblicato sull'ultimo n. di Ottobre

della Rivista Letteraria Il Refolo a pag. 2

Il Refolo, scaricabile gratuitamente qua

 

 

 

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mercoledì, 15 ottobre 2008

La stanza di Ulisse

 

Si possono percorrere milioni di chilometri in una sola vita
senza mai scalfire la superficie dei luoghi
né imparare nulla dalle genti appena sfiorate.
Il senso del viaggio sta nel fermarsi ad ascoltare
chiunque abbia una storia da raccontare.

 

(Rubén Blades)

 

 **

La chiamavano la capanna di Ulisse. Si trovava laggiù nella baia, a pochi chilometri dal villaggio dei pescatori.

Era vecchio Ulisse  e con la faccia rugosa e abitava là vicino al mare.

Era gentile Ulisse e potevi scendere giù alla baia e osservarlo mentre muoveva freneticamente quelle mani senza tempo, che preparavano  le  enormi reti  pronte per essere buttate sulla barca.

Non parlava molto Ulisse perché per lui parlavano i suoi occhi ed il suo sorriso. Di lui si sapeva poco e nulla, anche se su al villaggio la gente diceva che tanto tempo prima, aveva solcato i mari e aveva vissuto la vita del marinaio. Ma erano solo storie raccontate da sempre.

 Poi un giorno era tornato nella capanna in fondo alla baia ed era rimasto là . Così se lo ricordavano tutti. Così lo ricordo io.

 

**

Era un giorno di Luglio. La sabbia rovente scottava i miei passi: piedi nudi sulla rena baciata dal sole, ed io, che correvo a perdifiato, ridendo insieme ai compagni del paese.

Mano nella mano, uno tirava l’altro, spingendoci, chiamando il nostro nome, che si perdeva nel vento d’Estate. Eravamo bambini, ci piaceva camminare, per ore ed ore, esplorare l’isola dei nostri padri, perderci dietro le barche ormeggiate sulla spiaggia e scrutare quel vecchio, che ogni giorno andavamo a trovare.

Mi ricordo quella mattina:  noi bambini eravamo scesi  giù alla baia e lo spiavamo da lontano.

Ci eravamo avvicinati  alla sua capanna in attesa di un  suo cenno, un gesto ripetuto nei giorni e chissà, forse negli anni, quando  Ulisse, ci guardò sorridendo e ci fece sedere sulle seggioline di paglia  che ogni volta , preparava per noi.

Allora per magia, tutti facevamo silenzio, bocca chiusa e sguardo sognante, ed ascoltavamo  le storie di quell’uomo che sembravano essere uscite da un romanzo d’avventura, di quelli che ogni tanto ci leggevano  a scuola.

E Ulisse andava indietro negli anni e raccontava di viaggi di mare, di città e tesori meravigliosi e di un uomo solo, coraggioso ed intrepido a cui il Destino riservò alla fine dei suoi giorni, solitudine e dolore. E mentre raccontava questa storia, chissà magari ripetuta mille volte, camminava sulla sabbia, a pochi passi da noi, poi si fermava e con gli occhi sembrava fissare chissà quali mondi perduti e dimenticati. Era come se anche lui fosse in cammino, accanto all’antico eroe, in un viaggio a ritroso nel tempo.

“Ancora ancora!” , urlavamo noi bambini, ma Ulisse ci diceva “Domani domani”. E noi allora tornavamo il giorno dopo e così per tutta l’estate, mentre l’uomo del mare rivedeva negli occhi di noi bambini quelli dei nostri padri che anni prima, si erano nutriti delle stesse parole  profumate di storie leggendarie,  mentre lui  trasformava ciascuna di essa  in sogni che come onde si infrangevano sulla spiaggia, in un movimento eterno.

Poi in un giorno senza sole, che preludeva alla fine dell’estate, lo cercammo invano.

 “Ulisse, Ulisse”, urlavamo ma egli non rispose ai nostri richiami. Ulisse non c’era più, Ulisse se n’era andato, Ulisse…


~

 

Passarono i giorni, i mesi e gli anni ed Ulisse divenne una leggenda come le meravigliose storie che ci raccontava quando eravamo bambini.

Pensavo a lui ogni tanto e mi chiedevo dove fosse. Non lo seppi mai, anche se ogni tanto di notte, mi rivedevo fanciullo mentre a piedi nudi correvo sulla sabbia e facevo a gara con i miei amici, per sedermi sulla seggiolina più vicina a lui.

Chissà… Forse Ulisse era  tornato sulla sua nave, la nave dei suoi sogni dove –  un giorno ci raccontò – esisteva una stanza segreta che solo lui conosceva  e che aveva una parete a forma di onda. E che lui la cavalcava quell’onda, bianca come un cavallo e si lasciava trasportare da essa, immaginando di fare viaggi meravigliosi. Camminando di continuo, senza mai fermarsi, per giorni ed anni, fino alla fine del mondo.  E che un giorno aveva trovato tutti i tesori della terra e li aveva portati in quella stanza, al riparo dagli uomini  che li cercano per tutta la vita senza mai trovarli.

 

Mi piaceva allora pensare che Ulisse era partito per un altro dei suoi meravigliosi viaggi per riaprire quel  magico scrigno e poterci regalare ancora i suoi sogni profumati di mare.

 

**

Ho letto questo racconto, domenica 11 Ottobre,

alla maratona di narrativa, tenutasi alla biblioteca di Corsico,

dal titolo In cammino

Per l'occasione   ho il piacere

di riproporre il brano anche sul blog.

 

 

domenica, 21 settembre 2008

Mestizia


Mestizia, leggo

nel volto ancor fanciullo:

sguardo lontano,

 

assorto fra i drappeggi

d'una notte che oscura

 

Vagano sciolti

bramosi di risposte:

cupi pensieri

 

E’  tempo d'abbandoni,

di anni che non tornano

 

Solo un rimpianto:

di non avervi amata

come nei sogni

 

perché non fu concesso

dall'infausto destino

 

~

Eufemia

 

Poesia liberamente ispirata al mio racconto

 

Lettere dal passato

martedì, 15 luglio 2008

Questo racconto è il seguito de Il soldato della neve, pubblicato su questo blog e che si può leggere qua

~  ~

“ Frantumati i ricordi

pezzi di ghiaccio

nella memoria silente

nemica d’immagini

sopite nel fiume

d’un tempo strappato

A noi

ch’eravamo già morti “

 

 

 

Una vita, tante vite, unite in un unico immenso dolore che ancora oggi risiede nella mia anima, come un abito lacero cucito sulla pelle che invecchia.

Fotogrammi in bianco e nero scorrono nella memoria d’un uomo invecchiato negli anni più belli, all’ombra nera d’una guerra che  recise mille fiori dai colori di morte.

Un infame destino rubò scampoli di vita e i sogni di coloro che mai più videro l’azzurro cielo della terra che li accolse nel grembo materno.

Scorrono volti, ancora fanciulli, di uomini non uomini,  e donne  e bambini, che ora mi appartengono come figli e fratelli.

 

 

Era una notte d’inverno, sentivo voci soffuse provenire da lontano, tra la gelida neve e passi ovattati.

Ricordo solo un freddo che ottenebrava ogni misero pensiero, i miei piedi che sembravano marmo di ghiaccio ed il mio volto coperto di gelo.

Freddo e tanto freddo e  poi…il nulla.

 

Non avevo alcuna cognizione del tempo trascorso e quando mi svegliai ciò che vidi mi apparve strano come se quel mondo fosse uscito da una storia ancora mai narrata.

Una bambina avvolta da un mantello di folta pelliccia nera,  girava e rigirava un pentolone che cuoceva sul fuoco del camino, alimentato da ceppi. Sentivo nell’aria un odore che mi ricordò la mia casa, quell’incedere lento di giorni normali che diventavano speciali, quando eravamo seduti tutti intorno ad un tavolo. Rividi per un attimo mia madre che preparava per me e i miei fratelli,  la tavola della domenica e, in tavola,  i piatti del servizio buono, che mamma esibiva  solo nei giorni di Natale e Pasqua.

Piccole schegge perdute chissà dove nella mia mente ancora annebbiata dal dolore.

La bambina mi guardò e mi sorrise; forse aveva circa sei o sette anni. Mi sembrò come se un raggio di sole scaldasse quel gelido scrigno che era il mio corpo di soldato italiano, in terra straniera.

 

Rammento che nei giorni a seguire, la vidi spesso davanti al camino, tanto che dentro di me le diedi un nomignolo alquanto singolare “La bambina del fuoco”.

A me, che continuavo ad essere sospeso tra la vita e la morte, quell’immagine di calore era una buona ragione per continuare a sperare nella vita.

 Non so dirne il motivo, ma era come se dalle sue piccole  mani uscissero delle scintille di calore che avevano il potere di scaldarmi il  cuore.

Poi un giorno mi trovai seduto al bordo del letto; mi sentivo decisamente meglio e mi resi conto che qualcuno si era preso cura di me.  Il mio corpo era finalmente caldo, vicino ai piedi c’erano delle grosse pietre avvolte in stracci di lana, e nell’aria odore di buono  e profumi di tempi che appartenevano ad una vita fa.

Un vecchio mi diede la mano, invitandomi con parole che non capivo, ad alzarmi;

mi girava la testa, ma sentii che potevo farcela. Egli mi condusse a tavola, dove un’anziana donna stava apparecchiando un lungo tavolo di legno. E poi c’era lei, la bambina del fuoco, che appena mi vide, si aprì in un largo sorriso.

Alina, era questo il suo nome.

La chiamavano spesso e quei due vecchi dovevano essere i nonni.

Mi parve un nome meraviglioso, musicale e mi faceva pensare a cose belle.

Poi ricordai.

Quella notte, durante una tormenta di neve, avevo avvistato da lontano, un’isba, da cui usciva un flebile fumo.

Nascosto nel folto della boscaglia, era l’unica abitazione che incontrai dopo quasi un giorno di cammino.

C’era stata una lunga battaglia il 26 Gennaio 1943; i Russi ci avevano dominato con armi superiore alle nostre per potenza di fuoco. Vi furono morti e feriti e molti di noi, a battaglia conclusa, si trovarono semi assiderati nella neve. Io fui uno di questi. Sopravvissi poiché mi trascinai nella neve per un giorno intero, in cerca di soccorsi e  di un altro contingente italiano, appostato da lì a poco.

Il resto appartiene all’oblio e se sono qua a raccontarla, questa storia, è perché un vecchio russo di nome Sergey,  mi trovò riverso nella neve, mi restituì la vita portandomi nell’isba e mi curò senza chiedersi se fossi un soldato nemico o solo un uomo.

Non avevano molto, ma il poco lo divisero con me.

Dana, mise in tavola una zuppiera: era una minestra di latte e miglio. La mangiai avidamente e ne chiesi ancora, senza pudore, con semplicità.

Dana  me ne porse una seconda scodella.

“Spaziba”1 – le dissi , sorridendole.

“Pausasta”2 – mi rispose (l’anziana).

 In quell’isba si era creata tra me e quelle persone, una strana intimità fatta di silenzi e sorrisi. Senza parole, poiché erano pochissime quelle che conoscevo e che riuscivo a capire.

Attorno a quella tavola, ritrovai i pezzi di un’esistenza sepolta dall’eco delle armi, dei comandi militari e delle frasi gridate che comprarono la nostra giovinezza.

Una guerra alla quale molti dissero animati da falsi idoli e promesse bugiarde, aguzzini e tentatori d’una generazione che non superò i vent’anni.

Alina mi porse le mani e per un attimo mi parve di vedere nel palmo di esse quella scintilla di fuoco che associavo al suo volto di bimba; era come se le illuminassero il viso dai bei tratti malinconici.

Mi mostrò le scarpe che erano appartenute a suo padre, partito due anni prima per combattere quelli come me. Capii che non era mai tornato, capii che era uno come me, anche se la sua lingua e la sua divisa, erano diverse dalle mie.

 

Quando fui guarito, decisi di raggiungere i commilitoni sopravvissuti.

 Non so se avrei mai rivisto la mia terra, ma non avevo altra scelta, se volevo tornare in Italia; sapevo bene che era come voler toccare il cielo,  eppure, in cuor mio, era come se fossi  di nuovo animato da una speranza che era nata tra le pareti dell’isba: ero tornato alla vita, e questo era ciò che contava, potevo fallire,  ma dovevo provarci.

Li salutai, come un figlio che lascia suo padre e sua madre, sapendo che non li avrebbe rivisti mai più.

Poi incontrai gli occhi di Alina in cui mi parve di scorgere una lacrima; le presi le mani e le strinsi forti tra le mie. Poi le dissi “Spaziba!” e le baciai la fronte.

L’ultima immagine che conservo di loro è rimasta ancorata nel fiume della mia memoria e credo che là rimarrà fino alla fine dei miei giorni.

 

 

C’è solo il rumore del vento questa notte e nell’aria un profumo che sa di sapori lontani e di cose buone. Odori di cibi della mia terra, di tutte le terre del mondo;   profumo di sapori semplici, come il profumo della vita, che a me, giovane soldato italiano, fu restituita.

 

 

Bibliografia.

Il sergente della neve di M. Stern

I racconti di Alpino Guerino Giudici, 46^ compagnia Fronte – Russo.

La battaglia del 26 Gennaio 1943 avvenne realmente e fu comandata dal capitano Giuseppe Grandi del battaglione Tirano,  che a  Nikitowka alla testa dei suoi alpini venne gravemente ferito all'addome durante una carica contro i russi. Morirà il giorno successivo.

 

~  ~

 

L’isba è una tipica abitazione rurale russa, a una o due piani, interamente costruita di tavole di legno e di tronchi d’albero.

 

La poesia iniziale è mia.

 



1 Spaziba, significa “grazie”.

 

2 Pausasta, significa “prego”.

~  ~

 

Questo racconto ha partecipato a Cucina che ti racconto, rassegna di narrazione orale, organizzata dal gruppo artistico Semeion; ed è stato letto al pubblico, il 20 Aprile 2008

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martedì, 24 giugno 2008
Lettere dal passato

 

Le gioie violente hanno violenta fine, e muoiono nel loro trionfo, come il fuoco e la polvere da sparo, che si distruggono al primo bacio.

William Shakespeare

  

Londra 1826

 

Non c'era che buio e silenzio.

Soltanto un fioco lume brillava ad una quarantina di passi dal palazzo illuminando le strade tutte attorno.

Si appoggiò ad un albero, osservò i viandanti che a quell'ora si aggiravano per le strade, e spinse lo sguardo nelle vie adiacenti per vedere se c'erano altre anime in quella buia serata.

Dopo pochi minuti, convintosi che non vi era nessuno, sparì attraverso la porta che dava sul retro del palazzo ed  in pochi attimi fu sulla scala a chiocciola che lo conduceva alla soffitta, un luogo che aveva amato fin da bambino, quando giocava con la sorella a nascondersi, nell'enorme palazzo dei genitori.

Aprì la porta e cercò la candela nel buio pesto della stanza; poi ripetendo un gesto che da anni era diventato un'abitudine, la accese ed  afferrò il portagioie, appartenuto a sua madre, ma che era diventato per lui il nascondiglio dei suoi segreti:  un'urna che conteneva un passato doloroso, che tutte le sere tornava prepotentemente, come un fantasma, a tenergli compagnia, nelle lunghe sere autunnali, dove l'unica compagna era la solitudine.

Con mani frenetiche aprì il coperchio riccamente intarsiato con motivi dorati ed afferrò tra le mani, spasmodicamente, le lettere tenute insieme da un nastro di raso color azzurro, come gli occhi di Lucienne.

Dopo la morte della giovane , era tornato a Londra, con i suoi ricordi ed il suo infinito dolore.

Dopo tanto tempo, nulla era cambiato, almeno all'apparenza, ma persino il cielo rosso di quella sera, che poteva intravedere dall'unica finestra del soffitto, sembrava ricondurlo al ricordo della sua orribile morte.

"Perché sono ancora vivo?", si chiese.

"Perché il mio corpo è sopravvissuto a lei che ho amato più di ogni altra cosa?", si domandò nell'inutile tentativo, ripetuto ogni giorno, per tutti quegli anni, di darsi una risposta che non arrivava.

Nella sua mente, quella notte,  risuonavano ancora le urla della giovane,  mentre la sorte decideva della loro  vita, in una sera d’estate parigina, nell’anno del Signore 1796.

Erano stati entrambi arrestati e condotti alla Conçiergerie, ma subito erano stati separati. Si erano sussurrati “Addio” guardandosi con occhi velati da lacrime, mentre la rabbia ed il dolore sopraffacevano il loro corpo.

Si erano rivisti solo una volta, da lontano, nell’orrida prigione, per un breve lasso di tempo, prima che di Lucienne, fosse decisa la condanna a morte.

Non l’aveva più rivista, anche se sapeva cosa le era accaduto.

Pochi giorni dopo era stato rilasciato, senza un motivo, senza una spiegazione. Aveva domandato di lei alle guardie, ai funzionari della Conçiergerie, ma nessuno gli aveva voluto dire nulla, finché aveva corrotto un gendarme e si era introdotto furtivamente nella sala dove tenevano il registro dei condannati a morte.

Il 25 Luglio 1796, Lucienne era stata giustiziata per volere del Tribunale Rivoluzionario.

 

~

   

Se ne era tornato a Londra e aveva saputo che aveva avuto salva la vita per intercessione del suo Re, Giorgio III, che aveva servito per anni, quale suddito fedele.

Anni prima, aveva circa venticinque anni, si era recato a Parigi per un viaggio d’affari ed aveva conosciuto la giovane che avrebbe amato per tutta la sua vita.

Da allora si era recato sempre più frequentemente nella città francese  ed infine aveva deciso che avrebbe sposato Lucienne e l’avrebbe condotta a Londra, dove entrambi sognavano un futuro pieno d’amore.

Tutto era accaduto negli anni precedenti allo scoppio della rivoluzione, ma  in pochi anni  Parigi e la  Francia si erano trasformate in una trappola mortale dalla quale pochi riuscivano a porsi in salvo.

 Lucienne nonostante tutto, non se l’era sentita di lasciare Parigi e di fuggire insieme a Richard; non aveva percepito la pericolosità della situazione ed era voluta rimanere insieme all’anziano padre, malgrado le insistenze del giovane. Non si era  nemmeno resa conto di quello che stava per accadere quando giunse quella sera d’estate,  triste epilogo di una nuova vita solo sfiorata col pensiero ed oggetto di tanti infiniti sogni giovanili, destinati ad essere cancellati dall’oblio del tempo.

Quella sera di Luglio sarebbe stata l’inizio della fine e della condanna in eterno per Richard che dalla sua morte  era vissuto solo del ricordo di quell’amore troppo breve.

Stava ripensando a tutti quegli anni rimasto solo: che ne era stato di quella vita che si beffava di lui ogni giorno, da venti  anni?

Pensieri cupi si accavallavano nella sua mente mentre la notte, scendeva oscura spegnendo anche le ultime luci della sera..

Si ritrovò con la testa appoggiata sul secretaire mentre tra le mani stringeva  le lettere  come delle  reliquie. Prese i fogli, estraendoli dalla prima busta, maneggiandoli con cura , nella paura che potessero sbriciolarsi. Un odore di vecchio si sprigionò dalla scatola investendo i suoi sensi, ma esso, insieme alle lettere di Lucienne, erano l'unica traccia di quel passato che non sarebbe tornato mai più, sepolto come quella stanza.

Era la prima lettera che Lucienne gli aveva scritto;  erano passati pochi giorni dal loro primo incontro e la fanciulla, attraverso un uomo di fiducia, aveva trovato la maniera di fargliela pervenire.

Sorrise, cosa insolita, osservando la sua calligrafia allora ancora quasi infantile, immaginandola mentre vergava i fogli, magari di nascosto. La rivide sorridente,  mentre i pensieri che aveva nel cuore prendevano forma sui fogli di pergamena destinati a lui.

"Mio caro Richard

L'amore mi ha visitato e la speranza sembra ora  rendere possibile ogni cosa, mio Signore, anche i sogni proibiti.

Quando potrò rivedervi mio adorato? Non crediate che io sia sì  audace nello scrivervi parole così franche! Ma non potrei impedire al mdi parlare. Vi prego! Affidate la  vostre cara risposta  al mio fedele  ambasciatore. Troverà modo di farmi avere vostre notizie, in grande segreto. Ma Vi prego, non fatemi aspettare. Vostra Lucienne".

Accarezzò quelle parole come aveva fatto mille e mille volte con il suo viso, mentre di nascosto si davano convegno nell'immenso giardino che circondava il Palazzo dove viveva Lucienne.

Poi estrasse una lettera di piccola dimensione,  scritta poche sere  prima che venissero arrestati:

“Richard, mio caro,

poche parole questa volta. Il tempo è tiranno ed aimeh è diventato sempre più pericoloso potervi consegnare le mie lettere.

Di recente faccio sogni strani, sogni di morte. Temo per la nostra vita, ma ve ne prego…almeno voi, fuggite via!  Mettetevi in salvo da questo delirio.

Vostra Lucienne”.

Nell’antica scatola che era appartenuta a sua madre, erano conservate con cura tutte le lettere che negli anni Lucienne gli aveva scritto e i cui  fogli, negli anni, erano  iniziati ad ingiallire: erano gli anni che seguirono alla Rivoluzione Francese, anni di odio e vendetta, dominati dal terrore imposto da uomini senza scrupoli che decidevano i destini di altri, in nome di nobili ideali che erano rimasti tali solo sulla carta e che erano scivolati via, insieme al ricordo di coloro che erano stati messi a morte, a migliaia.

Ogni giorno in Place de la Bastille, veniva celebrato il trionfo della morte che recava seco le vite anche di tanti innocenti, come Lucienne.

Gli anni sembravano essersi fermati in quelle parole, suggellati dal loro amore, che era stato forte ed impetuoso fino alla fine. Non l'avrebbe mai lasciata, ma l'infamia e la calunnia di uomini senza scrupoli, avevano deciso il loro destino, spezzando i loro sogni giovanili e tutte le speranze.

 

 Si riscosse dal torpore e capì che era notte inoltrata. Si era addormentato, consumato dal dolore, mentre ancora le sue dita accarezzavano la pergamena ingiallita.

Non ebbe cuore di leggere altro per quella sera.

Era strano: da anni veniva in quella soffitta, con l'unico intento di ritrovare Lucienne e le sue parole.  Ma allo stesso tempo, sapeva bene che quel convegno tanto amaro, era per lui sinonimo di dolore e sofferenza. Tuttavia vi era molta più vita in quelle parole che nella sua stessa  vita e non vi avrebbe rinunziato mai e poi mai, per alcun motivo al mondo.

Il pensiero della notte e della quiete lo rendevano ancora più triste e solo nella grande tenuta di famiglia.

Aveva detto addio a tutti gli amici e al Re che pure aveva servito per tanti anni, anche dopo la morte di Lucienne, seppur per un breve periodo. Egli  era noto per la sua severità, e tutti ricordavano di lui, come prima cosa, quel suo sguardo di ghiaccio, che non faceva mai trapelare alcuna emozione, come si richiedeva al migliore dei soldati.

Ricordi che appartenevano al passato; schegge di vita destinate ad essere dimenticate.

Afferrò il candelabro, mentre la luce della fiamma scintillava nella stanza, ridiscese la scala a chiocciola , si mise l'ampio mantello nero e  scese in giardino a prendere una boccata d’aria.

Si appoggiò ad uno degli alberi del parco che circondavano  il palazzo e spinse lo sguardo oltre il cancello.

Da tempo aveva la sensazione di sentirsi inseguito, spiato,  come se mille occhi cercassero solo lui.

Questo pensiero lo faceva impazzire: la sua non era paura: in fondo se c'era una cosa che desiderava era farla finita! Il pensiero della morte spesso era per lui un sollievo.

Ma anche a Londra, in quegli anni, il seme della rivoluzione aveva fatto proseliti ed egli  temeva di essere pugnalato, di morire come un codardo, senza potersi difendere. La paura di morire per mani sconosciute, era diventata un’ossessione, non avrebbe mai accettato un'onta del genere. Questo pensiero lo perseguitava come quello di Lucienne, che rivedeva davanti ai suoi occhi mentre moriva innocente e pura, nella sua veste bianca, insozzata dal sangue, mentre una morte ignobile era stata scelta per lei, senza che potesse nemmeno difendersi.

Rivedere le sue lacrime sul bianco viso gli faceva mancare il fiato.

Si sforzò di non pensare più. Dopo pochi minuti convintosi di essere solo, tornò verso il portone , entrò  nel vestibolo, si tolse il mantello e finalmente, si recò nell'ampia camera da letto, per trovare il riposo che finora si era negato.

Tra le mani stringeva ancora il portagioie dal quale usciva fuori il lembo di un foglio. Lo appoggiò sul comò,

si svestì, indossò la camicia di lana e guardò il ritratto della giovane, che egli stesso aveva fatto dipingere a Parigi anni prima e  che stava affisso sulla parete di fronte all'ampio letto a  baldacchino; era come se quegli occhi  dal colore azzurro che il pittore aveva usato nel dipingerli, mischiando insieme, sapientemente  colori e tonalità del cielo, rivivessero ogni giorno solo per lui.

Intorno al suo viso, un tripudio di rose, bianche, immacolate e candide come la bellezza di Lucienne.

Quella notte la sognò mentre gli veniva incontro, avvolta nel meraviglioso mantello verde, artefice ed amico dei loro incontri notturni , chiuso da una spilla a forma di foglia che le aveva regalato lui,  con incise le iniziali dei loro nomi.

Ma il sogno finiva sempre allo stesso modo, con lei che scivolava in un nero abisso, come la terra che aveva inghiottito il suo corpo, mentre lui la rincorreva, nell'inutile tentativo di salvarla dall'oblio.

Ciò che rimaneva di quell’amore era solo la polvere dei sogni, sprazzi di luce squarciati dalla nera tenebra e fogli di carta, lettere dal passato, testimoni di un amore che non aveva avuto il tempo di essere vissuto, perché così decretarono gli eventi e la ruota della storia, che sovente trascina seco colpevoli ed innocenti, il male ed il bene, l’odio e l’amore.

 ~

n.d.a: questo racconto è stato pubblicato ad  aprile 2006 sul sito www.raccontare.com  e nel luglio 2006 sulla rivista letteraria “Il Refolo

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giovedì, 27 marzo 2008

M’immergo nei ricordi di quei giorni lontani, quando ero un giovane uomo che inseguiva sogni che forse si sarebbero avverati.

Me ne andai dal paese, con una valigia mezza vuota e col sorriso sulle labbra, in cerca d’avventura e di fortuna, eppure solo qualche anno dopo, capii che ciò che maggiormente mi avrebbe reso felice, era là, a portata di mano.

In America mi sposai, misi al mondo due figli che ora studiavano nelle università buone d’America ed avevo raggiunto tutte le mete che mi ero prefissato negli anni e forse ero andato anche oltre. Eppure in cuor mio, sentivo che qualcosa mancava alla mia vita.

E fu allora che decisi di tornare al mio paese, in cerca delle tracce di me stesso e di quello che ero stato.

Non sapevo nemmeno io perché volli fare quel viaggio e decisi di non farmi più troppe domande.

L’indomani, mi recai all’aeroporto e prenotai il primo volo per l’Italia.

 

**

Giunsi in un pomeriggio assolato di Luglio. La calura era terribile e mi pareva di soffocare.

Tutto era cambiato. Ai miei occhi di cinquantenne, ogni cosa pareva avere mutato posto e condizione. I miei occhi indugiavano sui mille particolari che erano rimasti ancorati nella mia memoria. La piazza…Ricordavo una pianta, proprio là a lato del bar di Ninuccio; dove era finita? E il bar dove da bambino mi divertivo a prendere a sassate l’insegna?

E le scale della chiesa su cui noi bambini, giocavamo a fare salti nei giorni della domenica? Me le ricordavo quasi completamente distrutte, ed ora la chiesa sembrava una cattedrale, tutta restaurata.

Era quello il mio paese?

I ricordi di quello che ero si accavallavano a quelli che i miei occhi vedevano in quell’istante.

Fu solo un momento. Mi voltai di scatto e vidi un anziano con la coppola calata sulla testa, il capo appoggiato sul bastone. Stava seduto ai tavolini, fuori dal bar, quello nuovo, sulla piazza.

Era una struttura moderna, con i flipper in bella mostra, i dispenser con dentro cheving gum d’importazione americana e sedie di plastica, al posto di quelle impagliate che mi ricordavo.

Mi resi conto di conoscere quell’uomo! Ma sì quello era Peppino, il barbiere! Peppino, Peppino, urlavo dentro di me! Sai quante volte mio padre mi ci aveva portato a tagliare i miei riccioli ribelli che se ne andavano dappertutto?

Mi avvicinai e lo vidi dormire, appoggiato col mento al bastone. Era molto invecchiato, forse poteva avere un’ottantina d’anni. Eppure innanzi ai miei occhi, era come rivederlo con le forbici in mano, mentre cantava.

Quelli sì che erano tempi! Erano i giorni della mia infanzia, quando ancora bambino non sapevo nemmeno che esisteva un paese sconfinato come l’America.

Allora mi sedetti vicino a lui, in attesa che si svegliasse. Era una caldissima giornata di Luglio e in giro c’erano poche persone. La gente di solito nelle ore pomeridiane riposava e solo dopo le cinque del pomeriggio, il paese andava ripopolandosi.

Decisi di attendere, volevo parlargli, domandargli se si ricordava di me, chiedergli notizie degli ultimi avvenimenti del mio paese. Oramai non avevo più alcun legame, eccetto alcune cugine di secondo grado ed ero giunto fin là, semplicemente spinto da un forte desiderio di ritrovare le mie radici.

In quel momento realizzai che ancora non mi ero cercato nemmeno una pensione dove alloggiare, ma allora non mi importava nulla e speravo solo che Peppino aprisse gli occhi per salutarlo.

Poi d’un tratto esclamò: “Alla salute forestiero!”, prendendo il bicchiere colorato di color rubino, che era appoggiato sul tavolo.

Forestiero! Quella parola mi confuse e quasi mi offese.

Non dissi nulla e mi limitai – seppur mestamente – a sorridergli.

“Chi siete forestiero? Non vi conosco e non vi ho mai visto”, mi disse Peppino.

“Sono di passaggio” - gli menti - “ viaggio per affari”.

Avevo gli occhi umidi. Peppino era l’unica persona che avevo riconosciuto, forse l’ultimo legame con quel che rimaneva della mia terra e neppure lui, sapeva chi fossi.

Ero uno stupido! Me ne ero andato che ero un ragazzo di quasi vent’anni, cosa pretendevo?

Mia moglie andava sempre dicendomi che negli anni non ero cambiato, che conservavo i tratti del volto di quando ero giovane e in base a quell’assurda convinzione, mi ero mostrato così stupido da pensare che un anziano potesse ancora riconoscermi?
Ero stato tanto folle da affrontare un lungo viaggio fino all’Italia? Per quale motivo?

Mi vergognavo di me stesso e della mia sciocca presunzione!

Fu allora che Peppino si fece portare dal barista due bicchieri di vino, rosso; faceva caldo e mi girava la testa, ma accettai di buon cuore quella bevanda che l’anziano aveva ordinato.

La bevvi e mi parve il vino migliore che avessi mai assaggiato. Era cose se il suo gusto e l’aroma invadessero ogni strato della mia persona e mi facevano riscoprire un sapore che avevo dimenticato in tutti quegli anni. Lo bevvi alla sua salute, seppur con difficoltà data la calura del giorno e poi feci per entrare e pagare; ma lui mi fermò.

Allora guardandomi dritto in faccia come tutto ad un tratto si fosse ricordato di me e mi riconoscesse, mi disse:

“Paisa’ bevi alla mia salute e a quella del tuo paese, sono vecchio assai, ma la memoria….quella non sbiadisce…e no..quella no”.

E così si alzò, rimise la coppola sulla testa e si allontanò, salutandomi con un cenno del viso.

Lo salutai con un cenno della mano e rimasi a guardarlo mentre si allontanava.

Gli occhi mi si riempirono di lacrime ed un grande dolore, come un’onda impetuosa, mi trapassò il cuore. Ma fu solo un momento. Capii allora che in tutti quegli anni avevo perso un’enorme ricchezza, che mai più avrei potuto riottenere: l’affetto ed il calore della gente del paese e della mia terra, dalla quale mi ero volutamente allontanato in cerca di fortuna e di felicità. E già..felicità!

Eppure in quel giorno di Luglio, la solidarietà di Peppino, quel suo riconoscermi senza quasi nulla volermi rivelare del mio passato, mi fece sentire l’uomo più ricco del mondo.

Fermati tempo

ed immergimi l’anima

tra le radici

recise del passato

sbiadito viandante

che ora cammina

nella memoria bendata

da verità

invano cercate

 

1) La poesia alla fine del racconto è mia e si intitola “Time”

Questo racconto è stato oggi pubblicato sulla rivista letteraria Il Refolo n. 10 di Marzo 2008, che si può scaricare gratuitamente in formato PDF qua.


 


Questo racconto è stato anche pubblicato sul sito di narrativa e poesia
Domist.net qua

 

 

venerdì, 21 marzo 2008

 

 

Il fiume scorre silenzioso, ancora una volta in questa notte d’inverno. Il freddo impedisce ai pensieri di volare laggiù tra i sogni, alla ricerca di calore e di colori,  come quelli dei  fiori in Primavera.

La nonna prepara una zuppa di latte e miglio, davanti al fuoco le cui fiamme disegnano sul mio volto, strani ghirigori che paiono

animali in cerca di riparo.

Là fuori non vi sono tracce di vita, tutto è nero, come il buio che investe ogni cosa.

Lo abbiamo trovato col volto coperto di neve, a bocconi sul terreno; un uomo con una strana divisa che non conoscevo.

Mio nonno Sergey lo ha condotto nell’isba* e lo ha curato per giorni interi, finché una mattina  non l’ho trovato seduto al bordo del letto.

Fissava il mio volto, confuso, ponendosi chissà quali domande.

Nonna Dana lo ha fatto sedere a tavola e gli ha offerto una zuppa di farro e latte.

“Mnié khocetsia iestj” , ci ha detto (Ho fame).

Sono state le sue uniche parole , d’altra parte non credo capisca molto  della nostra lingua.

I giorni scorrono lenti. Antonio, questo è il nome del soldato italiano, ha di nuovo il volto di un essere umano. Nulla lascia intendere che nemmeno dieci giorni fa la morte se lo stava portando via.

A volte mi sorride, chissà cosa vede in me…Forse io gli ricordo qualcuno.

Poi un giorno è partito. Ci ha dato la mano, dicendoci

“Spaziba” (grazie!).

Lo vidi scomparire nel bosco, lungo il fiume Don, mentre la neve continuava a cadere, in una fredda mattina.

Mi ricordai di quel giorno in cui mio padre lasciò l’isba per combattere il nemico italiano. Forse aveva il volto di Antonio o forse chissà…

Tanti giovani che non videro più casa, famiglia. Tanti volti senza nome e senza voce. Solo silenzio a coprire la morte.

Non rividi mai più mio padre, non rividi mai più Antonio.

Quella sera iniziai a scribacchiare sulla cenere queste parole  a cui non diedi mai un seguito:

 

“Se tu non parli
riempirò il mio cuore del tuo silenzio
e lo sopporterò."

Racconto ispirato al libro di Mario Rigoni Stern "Il sergente della neve", Einaudi 1965.

Il verso finale è di una poesia di Tagore.

*L'isba (in russo изба) è una tipica abitazione rurale russa, a uno o due piani, interamente costruita di tavole di legno e di tronchi d'albero

*

Buona Pasqua a tutti voi!!!!

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venerdì, 08 febbraio 2008

"Perché non so più vivere

in questo mondo sbiadito

che un tempo m’appartenne “

 

Raggi di sole del giorno che va nascendo, proiettano lacere ombre sulla Terra d’Egitto, che m’accolse tra le sue braccia di luce.

Depongo lo scettro e la corona, che a me furono assegnati  nell’alba del mondo. Un brandello di quello che si chiama felicità a me fu affidato dagli dei generosi, che amarono la giovane Ncferet-Ity, donandole eterea bellezza e giorni tinti d’amore.

Una donna  venerata come  un dio e forse ancora più di una divinità; una donna che ora è  fragile come una foglia dispersa nel caldo  Khamsin.

Orme sulla sabbia, in un assolato meriggio, disegnano sulle dune, eteree tracce dei miei passi.

Non so più vivere in questo mondo sbiadito ed affido i cocci di un’esistenza gloriosa a colui che come padre, mi ha cullato eternamente tra i riverberi della sua luce.

“Oh Aton, accogli questa tua Figlia  ed illuminami il cuore ammantato di ombre notturne: posa il tuo sguardo su questa bella terra e dissipa le tenebre del mondo, che come sciacalli di notte, divorano gli ultimi frammenti di vita!

Trafiggimi  con i raggi obliqui affinché io ritrovi la via che a te mi conduce, e passando oltre le rocce di Hat Nub, ritornerò là ove il viaggio ebbe inizio, e come in quell’alba di Malqata, sarò di nuovo la sposa di Akenaton, ed egli come allora, mi vedrà giungere da lontano, rapito dalla mia vera bellezza”.

 

Giorno sesto, del mese di Famenant

Nefertiti, Regina D'Egitto

 

 Fine del racconto

Post scriptum

I documenti ufficiali della storiografia, non hanno mai dato una risposta certa sulla morte di Nefertiti e vengono quindi avvalorate diverse ipotesi; in questo racconto ho immaginato, così come avviene nel bellissimo libro di R. Zacco, dedicato a Nefertiti, “Le braccia del sole”, che la Regina egizia, ponesse fine ai suoi giorni, suicidandosi tra le dune del deserto.

Piccolo glossario

Akhenaton: Figlio di Amenhotep III e di Tyi, questo sovrano è passato alla storia come il faraone eretico per il tentativo di sostituire, in conflitto con il potente clero tebano, il dio Amon con una nuova divinità, il dio Aton nel ruolo di divinità protettrice della regalità, che venerò insieme alla sua sposa, Nefertiti.

Mese di Famenant, corrisponde al mese di Dicembre

Khamsin: Il khamsin è un vento caldo, opprimente e polveroso, che soffia da sud o sudest in Nord Africa, particolarmente in Egitto, sulle coste del Mediterraneo orientale e nella Penisola Arabica. Il khamsin non è un monsone, non soffia cioè più o meno costante per lunghi periodi di tempo, ma si attiva a intermittenza, nel periodo compreso tra il tardo inverno e l'inizio dell'estate, ma più frequentemente tra aprile e la prima metà di giugno.

E'un vento essenzialmente da sud sull'Egitto, soffiando dal deserto del Sahara, mentre proviene in prevalenza da est (o sudest) sul deserto del Negev (Israele meridionale) e parte dell'Arabia Saudita. Il termine si applica anche ai venti forti da sud o da sudovest che spirano sul Mar Rosso.

Come lo scirocco, il khamsin soffia in genere davanti a una depressione che si muove verso est o nordest nel Mare Mediterraneo o attraverso il Nord Africa, con alta pressione più a est. Il nome deriva dall'arabo khamsun o hamsin, che significa cinquanta. Questo è infatti il numero approssimato di giorni durante i quali esso soffia (fonte www.meteogiornale.it)

Malqata è un luogo situato nella zona desertica al sud del Médinet Habou, sulla riva occidentale del Nilo, di fronte a Luxor. In questo luogo fu costruito il palazzo di Amenhotep III

Ncferet-Ity :la lettura esatta di Nefertiti è Ncferet-Ity, "la bella è arrivata". Questa "bella" è la dea lontana che, dopo aver lasciato il Sole creatore, è partita per il deserto della Nubia. Senza di lei le Due Terre sono condannate alla sterilità e alla desolazione. Grazie all'intervento degli dei, in particolare di Thot e di Shu, la dea lontana ritornerà in Egitto, e la natura e tutti gli esseri viventi conosceranno di nuovo la felicità (fonte http://www.aton-ra.com)

Nefertiti è una delle più note regine della storia egizia. Cambiò, come il marito, il suo nome in Neferneferuaton per onorare Aton.

Regnò a fianco del marito Akhenaton la XVIII dinastia, nel cosiddetto periodo Amarniano.

 

 

 

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domenica, 13 gennaio 2008

Questa non è una storia qualunque. E’ una fiaba di altri tempi che una sera di tanti anni fa, mi raccontò mia madre, alla fioca luce della candela, in una notte d’inverno….

 

*

 

C’era una volta nella lontana terra d’oriente un reame meraviglioso la cui fama era conosciuta in tutte le terre confinanti.

Un’eterna primavera sembrava dominare il cielo di quei luoghi incantati ed il sole ne illuminava i verdi prati, con le sue braccia di luce.

Ma quel reame così antico, più di tutto era conosciuto per i suoi mandorli, ricoperti da una miriade di fiori rosa e bianchi, il cui profumo regalava ai suoi abitanti un’eterna felicità.

Eppure nel cuore di quell’antico paese una notte profonda si era insediata. Akaito, sovrano di quelle terre dai cieli senza confini, aveva deciso che Hisa, sua figlia minore, sarebbe presto partita per i paesi oltre la volta del cielo, per andare in sposa, al potente principe Keitari.

Keitari non l’aveva mai vista, ma in tutto il regno oltre le antiche colline, la fama della sua bellezza era ivi giunta da molto tempo, sulle ali del vento di primavera profumato di fiori di mandorlo.

Tutto era pronto per la partenza di Hisa e si narra, che da lì a poco, tutto il regno si sarebbe vestito a festa per celebrare le nozze dell’amata principessa.

Quando quel giorno arrivò, accadde una cosa straordinaria ed imprevista: i mandorli  in fiore in quel paese illuminato da un sole eterno, sembravano piangere la partenza dell’amata Hisa.

Essi appassirono e i colori delle sue gote che avevano colorato i fiori dall’eterno profumo, sbiadirono sotto la pallida luce dell’astro che triste si nascose dietro le montagne.

Un lungo inverno si insediò nel cuore della gente e petali rosa presero a vorticare nel vento come tante lacrime, le stesse che scendevano copiose dal volto della fanciulla.

Il viaggio durò molti giorni, finché il corteo reale arrivò nel reame oltre la volta del cielo

 Lì la accolsero i dignitari di quel  regno vestiti in abiti sontuosi che le diedero il benvenuto, seguendo un cerimoniale antichissimo, che durò un giorno ed una notte.

Hisa non incontrò Keitari, perché la tradizione comandava che i due giovani si sarebbero guardati in volto, solo il primo giorno di primavera.

Passarono i giorni ed i mesi, ed il principe Keitari, chiese a Re Masaachi, suo padre, di incontrare Hisa il cui volto ancora non aveva veduto. Mancavano oramai pochi giorni al primo giorno di primavera e il destino, da tempo immemore scritto nelle maglie del tempo, si stava compiendo.

Quel primo giorno di primavera, Hisa pianse molto mentre le ancelle la vestivano con abiti sontuosi del colore dell’oro d’oriente e adornavano il suo collo diafano, con ricchi gioielli.

Mai una fanciulla dal volto così bello aveva dimorato nell’antico reame di Masaachi, ma nel cuore di Hisa, era scesa da tempo un’eterna notte che aveva spazzato via i ricordi felici del suo antico paese. Si apprestò a scendere il lungo scalone che portava nella grande sala, quando all’improvviso udì il tintinnio di un campanello. Allora si fermò e scorse in un angolo della scalinata, che conduceva all’enorme sala del tè, dove avrebbe incontrato Keitari, un piccolo campanello finemente intarsiato.  Si narra che Hisa lo raccolse e con mani gentili lo portò all’orecchio per sentirne il dolce suono. Ma quel campanello era magico e la leggenda narra, che chi ne avesse udito il suono anche per un breve istante, sarebbe stato avvolto per sempre  in un’eterna notte senza sogni, sospesa nel buio delle tenebre.

Le sue ancelle, che pur la accompagnavano verso il suo destino, non si accorsero di nulla e quando Keitari accorse, ella già dimorava nelle antiche stanze senza vita.

Un letto di fiori fu preparato per poggiare  il suo corpo di fulgida bellezza che la accolse nel suo grembo maculato di lacrime screziate di rosso vermiglio. Keitari, le prese le mani e donandole un bacio sul volto del colore della luna, si congedò dalla sua bellezza, nascondendo le lacrime dietro ai suoi occhi di antico guerriero che caddero copiose sulle vesti di Hisa.

 

*

Oh mamma che storia triste, - dissi io!

Aspetta bambino mio….la storia non è finita.

Non è finita? Oh mamma dimmi che Hisa non morì per sempre…

Non correre troppo con la fantasia, ascolta in silenzio ed assapora i miracoli dell’amore, mio piccolo bambino….

E fu così che mia madre mi narrò il finale della storia di Hisa e Keitari.

*

 

Un profumo di fiori aleggiava nell’aria mentre gli abitanti del regno oltre le colline piangevano la morte di Hisa. Poggiata sul bianco talamo, il suo corpo di fanciulla in fiore, rimase solitario nella stanza che avrebbe dovuto celebrare un’unione scritta nelle maglie del destino, da sempre.

All’improvviso una folata di vento spalancò la  finestra, vicino al luogo dove era stato adagiato il corpo di Hisa e le accarezzò le sontuose vesti da sposa. Come se avesse vissuto un’eterna notte senza sogni, ella aprì gli occhi e si guardò intorno. Ricordava ancora l’ultima immagine che era rimasta impressa nei suoi occhi: un campanello ed un suono delizioso che l’avevano trasportata nell’antico regno senza colori, di cui sentiva sempre parlare nelle antiche leggende del suo paese. E allora ricordò la leggenda del campanello che un giorno, da bambina aveva udito da sua madre. Esso sceglie e viene trovato da coloro che non hanno conosciuto l’amore finché l’antico sortilegio, viene spezzato dalle lacrime di un uomo innamorato.

E fu così che Hisa, come guidata da una mano invisibile, si affacciò all’ampia terrazza che dava sul giardino reale e con capelli mossi da un vento ribelle,  vide un giovane dall’aspetto sontuoso che era appoggiato di spalle, al tronco di un albero.

Non ne vedeva il volto, ma dall’aspetto si sarebbe detto un nobile guerriero.

Come guidata da una mano invisibile, discese le scale e arrivò in un magnifico giardino ove fioriva ogni sorta di fiori. Hisa ascoltava il sussurro del vento del nord che le recava il pianto della sua gente che ne piangeva la morte prematura.

Fu un attimo e si voltò…

Ella fece per fuggire via ma Keitari la afferrò per la mano sinistra e tenendola tra le sue, le disse:

“ Chi siete nobile fanciulla?”.

Allora Hisa svelò il suo volto celato dietro ad un ventaglio intarsiato d’oro e d’argento e lo rivelò a Keitari.

Essi si guardarono negli occhi ed il principe,  affatto spaventato, riconobbe il volto di Hisa, che solo il giorno prima aveva salutato per sempre.

E senza nulla domandarle assaporò il tocco di quella piccola mano gentile: Hisa era così bella anche all’ombra dei mandorli ancor privi di germogli e che attendevano ora l’arrivo della primavera. E così, si narra che come per incanto,  mille minuscoli fiori, i cui colori ricordavano quello delle labbra della fanciulla, iniziarono a fiorire.

Hisa e Keitari, si amarono dal loro primo incontro e poco dopo, venne celebrato un sontuoso matrimonio ed una magnifica festa  che durò tre giorni e tre notti.

Qualche giorno dopo, giunse a cavallo un messaggero dal paese natio della fanciulla e a gran voce annunciò che i mandorli, che avevano dormito il lungo sonno dell’inverno per molto e molto tempo, si erano risvegliati e i fiori tanto amati da Hisa, erano tornati nuovamente a fiorire….

 

Minuscoli fiori

torneranno a fiorire

là dove ora

tutto è ricoperto di neve.

Piccole gemme

dal cuore rosa

silenziosi petali

mossi dal vento

all'ombra dei mandorli in fiore.

 

*

La storia finisce qui, bambino mio…., mi disse mia madre.

Che bella storia mamma! E’ davvero meravigliosa, risposi.

Eh già bambino mio. È davvero meravigliosa e…sai una cosa? Ricorda queste mie parole ora e per sempre. L’amore e solo l’amore può vincere su tutto, e restituire la gioia ad un cuore perduto. Esso ha un gran potere e vale più dell’oro e di tutti i preziosi di questa terra. E vince sempre. Anche sull’ombra del tempo e dei giorni in cui le tenebre hanno preso il posto del sole.

Ripubblico sul mio blog , uno dei   racconti ai quali sono maggiormente legata, scritto e pensato per la persona che amo e che allora...nemmeno lo sapeva. Perché la vita è fatta di sogni e a volte essi  si avverrano.

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sabato, 22 dicembre 2007

Cari amici di Aldebaran

Un grazie sincero a voi tutti per l'affetto col quale continuate a seguirmi: per ringraziarvi tutti, vi ripropongo un mio racconto - già per altro pubblicato lo scorso Natale - dedicato al Natale e alla mia stella dei sogni.

ALDEBARAN LA STELLA DEI SOGNI 

Cristalli di neve disegnano trine e merletti sulle ghirlande

che illuminano la strada.

La città ferve nei preparativi: le luci intermittenti nelle vetrine,

i fruscii della carta velina, la frenesia degli ultimi acquisti.

Gente che corre, rincorrendo desideri segreti o forse più semplicemente, alla ricerca

del regalo perfetto che non c'è.

Mi sento  osservata e non mi sbaglio...

"Cosa le piacerebbe ricevere a Natale?", mi chiede un buffo signore dallo sguardo familiare.

Lo guardo...mi sembra di averlo già visto, ma forse lo scambio con qualche altra persona....

Eppure......

Al di là dello spazio che si apre sopra i tetti della città,

una miriade di diamanti incastonati nell'oscurità della notte.

Guardo il cielo e scorgo qualcosa che attira la mia attenzione.

Mille stelle che sembrano danzare nella volta celeste  cercando di attirare sguardi di bambini e di persone innamorate.

Ci penso ancora un po', poi alzo gli occhi fissando quel girotondo luminoso  e non ho più alcuna esitazione...

"Una stella, vorrei una stella. Una piccola stella, raccolta nel cuore

della notte, da tenere nascosta nella mano.

A mezzanotte, in questa sera di Natale, le chiederei di esaudire

i miei sogni più segreti..."

Eufemia

 

l'immagine è tratta dal film d'animazione "La stella di Laura"

 

giovedì, 07 giugno 2007

 

E’ una magia ciò che rimane…Un ricordo del tempo che va…

The Blind Guardian

“Frutto del buio”

 

 

Parigi, Dicembre  1774

 

Passi di notte che rompono il silenzio di morte. Nicole giace sul dorso, i lunghi capelli a coprirle il volto, mentre un rivolo di sangue sgorga dalla sue  labbra, sulla quale è visibile ancora un’ ombra dell’ultimo peccato.

Giovane fanciulla che mai più accarezzerà la speranza e la dolcezza di un amore puro, sognato durante le fredde notti, in un immondo giaciglio che ha accolto il suo corpo, venduto a scellerati amanti per pochi soldi.

Madeleine è vicino a lei, le accarezza i lunghi capelli che le coprono il volto  e prendendole la mano priva di vita, le dona un’ultima carezza. Poi coprendole il viso  con un lenzuolo del colore della morte, le sussurra addio.

Madeleine infila il mantello, cala il cappuccio sul capo, e mentre la neve scende, si inoltra per le vie di Parigi, mentre la sua anima divelta dal dolore, domanda oblio e silenzio.

 

Schiava di una vita che ha dovuto scegliere suo malgrado, perché a Parigi, o scegli di vivere o di morire, quando non hai null’altro che un corpo da vendere; e Madeleine ha scelto di vivere.

Vaga Madeleine, senza meta, mentre le orme dei suoi piedi lasciano tracce sulla neve, che accoglie il peso di un corpo venduto ai piaceri della notte. Sgualdrina nel corpo, fanciulla senza macchia nel cuore, la più desiderata e la più bella prostituta di Parigi, ora è solo una donna che piange e trema dalla rabbia.

Nicole, la piccola Nicole, se ne è andata, uccisa da un uomo senza scrupolo che le ha rubato la giovinezza ed i sogni, consegnandola alla condanna delle tenebre eterne. La speranza si dissolve, mescolandosi alla purezza dei fiocchi di neve che in quella fredda notte d’ inverno, cancellano le lacrime dal volto di Madeleine.

 

Un nuovo giorno, uguale a mille giorni.

Giovani fanciulle vendono corpi ed anime, mostrando i loro nudi corpi sulle soglie del bordello più famoso di Parigi. “Sole pochi soldi, Monsieur!”, sussurra con  flebile voce Madeleine, i neri capelli che ricadono sul pallido volto, bagnato dai cristalli di neve che anche quella notte scivolano dal cielo.

Un uomo le prende la mano, porgendole il vile denaro e poi le dona un bacio sul palmo, un gesto inusuale a cui lei non è abituata; lui la segue nel suo giaciglio incantato dall’acre odore della sua pelle e dalla carne diafana che ora possederà come un dio tiranno.

Un altro peccato si aggiunge ai mille già commessi, senza riscatto alcuno in una vita che ha la parvenza di morte. Madeleine svende l’anima ed il cuore, mentre il corpo, povero involucro che dona piacere ad amanti improvvisati, attende una morte che non viene.

 

Lui è tornato. La guarda ancora con desiderio e la porta via dall’inferno.

Madeleine non capisce cosa stia accadendo, ma si lascia condurre dal calore della sua bella mano, oltre quel baratro che avvolge la sua vita.

Nessuno la vede andare via, in quella notte senza luce che cela peccaminosi  desideri di uomini senza scrupoli che comprano per pochi soldi, la carne di sfortunate creature.

Lui è diverso, e lei lo percepisce nitidamente.

Per un attimo Madeleine ha l’impressione che la mano di quell’uomo emani un calore speciale e sconosciuto. Ha un tocco gentile ed umano e non la prepotenza di coloro che come animali divorano ogni notte la sua giovane carne, come lupi famelici abituati a rovistare sugli scampoli di vita e a banchettare tra le cosce di fanciulle senza nome.

Salgono le scale di un antico palazzo, illuminato dalla luce della luna. Una porta si apre e rivela una stanza che reca tracce di arte e profumo di lavanda.

Lui le toglie il  mantello e abbassandole il cappuccio che le nasconde il volto, le dona una carezza sulle bella bocca; poi le scoglie i nastri che chiudono il vestito che ricade ai suoi piedi, lasciandole scoperto il seno che lui afferra tra le mani, portandolo alla sua bocca di giovane amante.

Madeleine si lascia condurre in quel gioco d’amore e per la prima volta avverte che qualcosa di straordinario sta accadendo nella sua vita. Si sente totalmente donna e non la sgualdrina di un sordido bordello. Ella si stende sul letto coperto da bianche lenzuola ancora umide, ove vicino giacciono in disordine, appoggiati su un cavalletto, numerosi pennelli e poco distante una tela che ora reclama l’anima della giovane donna.

Ella voluttuosamente si lascia andare mentre lui le divarica le gambe e le dona un bacio sulla bocca, sfiorando con le dita il suo ventre già pronto ad accoglierlo.

Poi afferrando un pennello, le sfiora i floridi seni, disegnando immagini che solo i suoi occhi e la sua immaginazione, possono vedere e sedendosi  su uno sgabello,  inizia ad immortalare quel giovane corpo di donna, su una tela che racchiuderà per sempre lo spirito di Madeleine.

E così ogni notte, si ripete l’arcano rito, mentre l’arte suprema cattura frammenti di vita e di anima di una giovane fanciulla.

 

Parigi, Febbraio 1775

 

 

Sono passati due mesi. Il bordello è solo un ricordo di una vita lontana, che ha lasciato tracce indelebili sul corpo e sullo spirito di Madeleine. Ogni notte gli incubi la rincorrono e le lacerano l’anima, offuscando lo scorrere dei giorni d’amore che sono finalmente arrivati.

Madeleine ha conosciuto un sentimento che era celato in fondo al cuore, e solo sognato,   mentre lui l’ama di un amore puro e sensuale, toccando la sua candida pelle che ora freme al tocco delle sue dita che risalgono i declivi di un corpo che assapora la dolcezza delle impudiche carni.

Madeleine carezza con l’umida lingua il corpo dell’uomo, schiava di un amore che ancor conosce di quella notte, i primi barlumi di una passione amorosa, che contraddistingue le  indomite voluttà d’una giovane amante.

Una fioca luce entra dalle imposte socchiuse di una finestra, ed illumina il corpo di un  uomo e di una donna  che giacciono riversi e sazi di desideri, mentre la tela che ha catturato la parte più nobile  dell’anima di Madeleine, attende un’ultima pennellata che non verrà mai data.

 

Madeleine, nel silenzio della notte, dona  un ultimo bacio all’unico uomo che abbia mai amato e  condannandosi  ad un eterno oblio, senza ritorno, indossa  il mantello, celando il  volto  dietro  all’ampio cappuccio, mentre lascia scivolare le lacrime che le rigano il volto. Un ultimo sguardo all’uomo che giace addormentato e poi corre via.

 

*

Tracce di sangue sulla neve ed il volto senza luce di una giovane fanciulla, coperta da lunghi capelli sui quali i cristalli di ghiaccio  donano grazia ed un ultimo tocco di effimera bellezza.

Due guardie voltano  il corpo oramai senza vita e trovano sotto l’ampio vestito una lama di coltello che lacera il ventre, divelto da ferite mortali, come a volere cancellare le immonde tracce di dolorosi ricordi di quei giorni lontani, che nemmeno l’amore di un uomo hanno saputo estinguere.

Un altro giorno va ad iniziare, mentre tutte le speranza muoiono, negli occhi chiusi per sempre di una fanciulla, sepolta dal peso dei rimorsi e di un amore non vissuto, pallida ombra solo accarezzata, e sfumata per sempre, nel freddo di una  Parigi, in un giorno d’inverno.

 

Gelido dardo
di niveo candore, è,
quel che trafigge

d'un amante il cuore
con tirannico peso.

Gelido fato
quello della sua morte
sì, nel comprender

di quel sacrificio
l'imperituro dono.


 

EufemiaG&Tetractys

Questo racconto farà parte di un'antologia cartacea che conterrà racconti a sfondo erotico per Millestorie.it

 

 

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martedì, 24 aprile 2007

Micol guardava i raggi di sole  che illuminavano il cuore di Parigi. Appoggiata ad una ringhiera che si affacciava lungo la Senna, se ne stava là, col volto immobile, a farsi immortalare, bella e giovane, dalle mani di un pittore  di strada.

  In un’epoca in cui nessuna donna se ne andava per strada senza un cappello, lei esibiva al mondo la sua chioma lucente. Il suo viso non si era piegato ai capricci di una moda che detestava e che trasformava i volti delle donne in facce di bambole,  con la bocca a cuore e tanto belletto che faceva sembrare tutte uguali.

In Rue du Bac, la gente passava ed ammirava il suo volto antico e qualche passante posava fiori ai suoi piedi, mentre i pittori che affollavano i marciapiedi che costeggiavano il fiume parigino, sognavano di poterla ritrarre anche per una sola volta.

Micol raccolse tutti i fiori che le avevano donato in quel giorno di inizio estate, annusò i petali di ciascuno di essi  ed infine ne fece una ghirlanda e se la mise tra i capelli, come una corona, sognando una volta tanto, di essere bella come una regina.

 

*

Anche quella sera Micol aveva terminato ed era ora di tornare a casa. Salutò Daniel, il suo artista prediletto e al quale concedeva gran parte del suo tempo e della sua bellezza, e si incamminò verso il quartiere degli artisti.

Aveva preso in affitto un modesto appartamento  nei pressi di Montmartre e che riusciva a pagare con quello che le davano i pittori.

Aprì la porta e si diresse verso la camera da letto; il forte odore stantio della stanza  la colpì in pieno volto. “Che brutta la povertà” andava ripetendosi ogni giorno, eppure un tempo, prima di essere Micol “la bella”, la donna che posava per gli artisti di strada, era stata la figlia di un grande pianista. A volte le sembrava ancora di udire quelle note che riecheggiavano così vive, nella sua mente.

Quella sera ebbe voglia di aprire la scatola di seta in cui custodiva brandelli di vita e sogni infranti. Lo faceva ogni qualvolta il velo di tristezza poggiava il suo manto là in fondo al cuore. Essa era diventata con l’andare degli anni il suo scrigno magico, il suo mondo segreto e perduto  nel quale rifugiarsi nei giorni in cui la speranza sembrava avere lasciato la sua vita.

Allora Micol  tenendola stretta tra le mani, l’apriva poco a poco, così come le aveva insegnato sua madre, quasi come se da essa  dovessero uscire magie; socchiudeva gli occhi e lasciandosi andare col pensiero, cercava di ritrovare nella sua memoria le tracce della voce di sua madre che pettinandole i lunghi capelli , da bambina,  , andava sempre ripetendole: “Che bella invenzione sono le bambine! Ah ma che bella invenzione!”.

E subito Micol spingeva la mente a quegli anni felici in cui la mamma la riempiva di baci perché “A casa nostra ci si bacia come si respira”1, le diceva sempre.

E poi c'era un ricordo bellissimo legato ai suoi sei anni: un giorno aveva preso le scarpe bianche che mamma aveva indossato nel giorno del matrimonio e se le era provate immaginando di essere se stessa, una sposa bellissima; poi aveva indossato l'abito da sposa di seta bianco, che ovviamente le andava grandissimo e  che si allacciava davanti con un lunghissimo laccetto che le piaceva tantissimo. Eppure Micol guardandosi davanti allo specchio,  per un attimo si era vista un poco piu' grande, già fanciulla. Quanti ricordi, quante tracce di un tempo perduto affollavano la sua mente. Quei giorni non sarebbero tornati mai più, ma Micol aveva trovato il modo perché essi potessero continuare a vivere e a rivivere.

E allora anche quella sera ripeté un gesto che aveva compiuto forse, milioni di volte in tutti quegli anni: richiuse la scatola di seta, sfiorandola così come si sfiorano le guance dei bambini e la rimise nell’armadio, tra gli abiti consunti dai giorni. E così tutto il suo mondo, le persone che aveva amato, le loro voci, il loro odore, i loro volti …sarebbero stati al sicuro per sempre. Per sempre.

Ma ora era tempo di abbandonare i ricordi del passato, anche se quella notte, ne era certa, essi le avrebbero tenuto compagnia una volta ancora, ancora un po’.

 

 

 



1 Per le due frasi in grassetto, c’è un chiaro riferimento al libro  “Io l’amavo” della scrittrice francese, Anna Gavalda, che seguo con passione ed ammirazione crescente.

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giovedì, 01 marzo 2007

Quoi? L’éternité” 

In questo racconto ho immaginato che la speranza del nuovo anno

fosse affidata a due giovani che riscoprono la vita, in un Gennaio del lontano

1944, mentre sul cielo di una città martoriata dalla guerra,  cadono le bombe…

 

 

L’anno volgeva al termine. Un altro anno senza speranza e senza memoria.

Jeanne lavorava all’ospedale di Chartres, dove ogni giorno arrivavano i soldati feriti dal fronte. Ella aveva conseguito il diploma di infermiera professionale qualche tempo prima che la guerra avesse inizio e malgrado i suoi 24 anni, si era trovata nell’inferno dei feriti.

Era bella Jeanne, e sorrideva a tutti, anche alla morte che continuava a prendersi gioco di lei e della sua giovane vita, ma Jeanne non voleva scendere a patti con essa e mestamente riusciva a sopravvivere in quell’universo di dolore.

 

Egon aveva rinunciato alla laurea in medicina, non ce l’aveva fatta a terminare gli studi e la guerra aveva spazzato tutti i suoi sogni. Ma ne sapeva abbastanza – andava ripetendosi – per aiutare quei poveri corpi che giungevano dalla trincea. Ogni giorno, in un macabro rito alla quale non si sarebbe mai abituato, raccoglieva ciò che di quei giovani rimaneva, e li conduceva all’ospedale di Chartres.

Durante i viaggi estenuanti per le strade minate, gli sembrava di avere conosciuto sino ad allora solo quell’orribile puzzo di sangue che penetrava nella pelle, nelle narici e nel cuore, mentre  con forza d’animo andava dissimulando le ferite che laceravano la sua anima.

Quel sentirsi un poco utile gli dava l’impressione di rimanere ancorato ad una parte di realtà che di notte, almeno negli incubi, egli andava fuggendo.

Allora si sforzava di sognare e rivedeva i giorni colorati di luce, mentre correva nei prati della Camargue, in groppa al suo cavallo, cavalcando sogni ed aneliti di eternità.

Poi era scoppiata l’orribile guerra e lui, non si sa come, era riuscito a non partire per il fronte. Sospettava l’influenza di suo padre, politico influente, ma si era affrancato da quel debito arruolandosi come volontario nell’ospedale di Chartres.

 

 

Egon la vedeva ogni mattina, con il suo camice  bianco, mentre donava carezze ed attimi di effimera felicità, ai giovani feriti che giungevano dal fronte…Come diceva quell’antico poeta italiano? “Lasciate la speranza Voi ch’entrate…”, eppure in quell’inferno senza sogni, Jeanne regalava ancora una parvenza di normalità.

La osservava mentre impartiva ordini alle giovani apprendiste infermiere improvvisate, fanciulle sottratte ad una vita normale, che si portavano le mani agli occhi, soffocando gemiti di dolore  e lacrime.

Il sorriso di Jeanne illuminava di una luce quel luogo incolore, dove i sogni parevano avere lasciato per sempre la loro dimora.

Era l’ultimo giorno dell’anno, 31 Dicembre 1945 ed il cielo di Chartres era oscurato dal fumo delle bombe e dai combattimenti che oramai avvenivano in ogni angolo della città.

Un’eterna notte sembrava essere scesa a coprire il cuore dell’antica città. Ma quel giorno, si disse Egon, voleva tornare a vivere e così la raggiunse nel prato dietro all’ospedale, dove Jeanne scrutava l’orizzonte tetro della guerra, avvolta nei suoi pensieri.

Indossava la mimetica ed un elmetto, eppure il suo viso, era ugualmente bello, così come se lo ricordava da sempre, come se ella si facesse beffa della morte che aleggiava in quei luoghi senza ritorno.

Lei si accorse di non essere sola e si voltò, e guardò Egon negli occhi e senza nulla dire, li abbassò. Lui si mise accanto a lei offrendole una sigaretta che lei non prese, e poi gli disse:
”Sai.. ieri.. Catherine se ne è andata per sempre. Era salita su una camionetta….diretta in città…voleva fare un regalo a sua madre…un profumo di Coco Chanel…Aveva risparmiato tutto l’anno per poterglielo regalare e ora non c’è più…Una mina…le ha tolto tutti i sogni e le speranze..”.

Egon ascoltò le sue parole e tutto quello che aveva nel cuore da dirle da tempo morì dentro di lui.

“Non è giusto – disse Jeanne – aveva solo 20 anni!”.

Allora la giovane donna fece un gesto che Egon non attendeva: trovò la forza di aggrapparsi a quel giovane sconosciuto che le stava a fianco e che la cinse in un abbraccio che sapeva di speranza e puzzo di alcool. L’odore della vita ed il tanfo della morte, avvolti entrambi in un macabro sodalizio, sotto il cielo di una città che andava morendo.

Jeanne lo guardò negli occhi e gli disse semplicemente: “Andiamo…Devo tornare da loro, l’inferno mi aspetta”.

“Aspetta”, le rispose Egon.

“Io vorrei…io vorrei che una volta sola, prima che il sole tramonti dietro la cappa di fumo, che tu donassi a me solo, uno dei tuoi sorrisi…Jeanne”.

Lei le rispose: “Come ti chiami?”.

“Egon…”, rispose lui.

Lui le  asciugò il volto con il lieve tocco delle sue dita facendole assaporare per un istante, un fremito che sembrava essersi estinto per sempre nei giorni dell’infinita guerra.

Mentre l’eco dei mortai e degli scoppi di bombe tornavano a riempire il cuore della città, Jeanne donò ad Egon il suo sorriso più bello, uno sprazzo di eternità nel buio di quei giorni.

“La città è caduta nel silenzio…Il sole non emana più luce…Ogni cosa va finendo…”, disse Jeanne.

“Un nuovo anno va ad iniziare…fa tanto freddo…ma la luce tornerà su questo mondo”, le rispose Egon.

Per un breve istante sembrò loro che una scheggia di quella che gli uomini chiamano la luce dell’eternità fosse nuovamente tornata a brillare.

 

* 

Post scriptum: per il personaggio di Jeanne mi sono ispirata a Juliette Binoche così come l’abbiamo vista nel film “Il paziente inglese”, mentre il titolo è un voluto omaggio al romanzo “Quoi? L’éternité”, di una delle più grandi scrittrici mai esistite, Marguerite Yourcenar.

 

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